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  • EPISODIO 14 – COME UN DIO

    Due uomini vistosi. Le loro voci erano sparite. La loro Fiat grigia era sparita. Ma le loro parole erano rimaste. «Dopodomani.» Nemmeno una frase intera, eppure mi girava in testa come una ruota che non si può fermare. Dopodomani. Due albe. Due notti, due volte andare a dormire, due volte svegliarsi – e poi sarebbe accaduto qualcosa che Giorgio aveva detto, e che l’uomo con la sigaretta mi aveva premuto ancora una volta nell’orecchio, come fosse un timbro. Qualcosa che i due uomini in giacca pretendevano da lui, senza nominarlo. Guardai la porta di fronte. Era chiusa. Chiusa come se mi avesse escluso. Non in fretta, non in fuga. Piuttosto con quella calma che pesa come un coperchio. Come se avesse chiuso la scena come un libro che non si deve lasciare aperto, perché qualcuno potrebbe leggere. Poco prima solo quel cenno del capo. Tutto lì. Un segno minuscolo, quieto: Ti ho visto. O forse soltanto: Guarda altrove. E io… io avevo visto. Troppo. O troppo poco. Fuori l’aria era già calda, benché fosse ancora mattina. La Sicilia non è paziente. Si scalda in fretta, si illumina in fretta, tutto diventa troppo presto evidente. Mi staccai dalla finestra, mi vestii e andai in cucina, come se camminare potesse aiutare. Come se il movimento potesse mettere ordine nei pensieri. Il pavimento di pietra sotto i miei piedi era piacevolmente fresco. La casa dei miei nonni respirava nel suo ritmo, scricchiolava piano, come a ricordarmi: Sei solo, ragazzo. Sta’ attento. Sul tavolo c’era la brocca di terracotta che avevo riempito la sera prima. Mi versai un bicchiere e bevvi. L’acqua non era più fresca. Era tiepida, quasi calda, e sapeva di argilla, di terra, del recipiente stesso che la teneva. Bevvi comunque, come se potessi sciacquare via la pressione nel petto. Ma invece della calma tornò lui. Giorgio. Non come un pensiero che bussa educatamente, ma come un’immagine già presente. Grande. Pesante. Inamovibile. Lo rividi inginocchiato alla fonte, mentre raccoglieva l’acqua con le mani e beveva come se la sete fosse qualcosa che non si discute. Vidi il suo petto lucido alla luce. Vidi l’acqua scorrergli su collo e spalle, come se volesse lavare via il calore. E poi – peggio, molto peggio – lo rividi presso l’albero, a gambe larghe, naturale, come se il suo corpo fosse parte di un ciclo di cui non si parla e che tuttavia decide tutto. E la mia mente fece ciò che fa sempre quando non ha scampo: ne fece qualcosa di proibito. Di sporco. Qualcosa che non dovrebbe entrare in parole. Sentii in me un calore che non aveva nulla a che vedere con il sole. Era inevitabile. Era come se Giorgio fosse una pioggia d’estate: non la si può trattenere, eppure rende tutto in me umido, morbido, ricettivo. Cade semplicemente, e io non posso impedirlo. E dopo non sono più lo stesso. Posai il bicchiere. Ripensai agli uomini. Potevo ancora vederli, come se fossero in cucina. Sapevo che tipo di uomini erano. Non “affaristi”. Non “visitatori”. Non semplici forestieri. Non serviva nemmeno essere cresciuti in Sicilia per capirlo. Gli abiti parlavano chiaro. Non perché la stoffa sia pericolosa in sé, ma perché esiste un’eleganza che non vuole essere bella, bensì superiore. Non chiede, decide. E quella eleganza il magro la portava come fosse pelle. L’altro – il largo con la sigaretta – era l’opposto: non liscio, non fine, e proprio per questo più minaccioso. Un corpo che non deve spiegare nulla, perché in caso spiega cos’è il dolore. E una Fiat in un villaggio come il nostro non è solo un’auto. È un annuncio. Mi dissi: Non puoi essere uno di loro. Me lo dissi severo, come una preghiera. Non sono così. Non voglio essere così. Ma in Sicilia si può diventare “uno di loro” più in fretta di un battito di ciglia. Non occorre appartenere. Basta essere d’intralcio. O possedere qualcosa che qualcuno di loro vuole. O trovarsi alla finestra sbagliata nel momento sbagliato. Ero tornato per raccogliere olive, salvare campi, arieggiare una casa che profumava ancora di Nonna Angela. Non per essere trascinato in cose che avvengono nel buio. Avevo diciannove anni. Ero stanco della rumorosa New York, da cui ero fuggito appena ne avevo avuto l’occasione. Volevo soltanto pace. Eppure… non aveva usato proprio quella parola? Pace. «Qui sopra non vendi mai solo frutta», aveva detto. «Vendi anche un po’… pace.» Non avevo capito. Avevo annuito, perché non volevo interromperlo, perché la sua mano sulla mia gamba rendeva tutto in me più rumoroso del senso delle sue parole. Ora, alla luce di questa mattina, capivo fin troppo bene. Forse era questo. Forse quegli uomini erano quelli che vendevano “pace”. E forse Giorgio… era uno di loro. O almeno così vicino da sapere esattamente cosa succede quando la pace manca. Strinsi le dita al bordo del tavolo. Se davvero… se davvero fosse così – che cosa sarei io per lui? Un ragazzo che aveva chiamato “ragazzo”. Che aveva portato nei campi. A cui aveva dato mele. Che nel suo sogno aveva visto in ginocchio. Non come io volevo intendere. Rividi il suo volto quando aveva guardato verso di me, quando avevo salutato dalla finestra. Liscio. Nessun sorriso. Nessun “Enzo”. Solo pietra. Come se per un istante mi avesse cancellato dalla sua vita per proteggere qualcosa di più grande – se stesso, gli uomini, la verità, un piano, tutto insieme. O come se mi avesse ordinato senza parole: Non vedere. Non sapere. Che cosa accadrà tra due giorni? E subito una voce più scura rispose: Forse deve sistemare qualcosa. Non “un appuntamento”. Non “un accordo”. Qualcosa che non si pronuncia. Pensai alla frase sul ramo: «Se non vendi, paghi lo stesso. Solo in un altro modo.» Improvvisamente non era più un enigma. Era una minaccia con una data. Dopodomani. E tuttavia, mentre immaginavo uomini, scadenze, minacce, forse violenza, in me rimaneva un’altra frase, morbida come una preghiera e pericolosa come un peccato: E nonostante tutto… mi inginocchierei davanti a lui. Qualunque cosa mi aspetti. Qualunque cosa accada. Sentivo questa verità assurda: rischierei. Non per coraggio. Perché non riesco a sfuggirgli. La mente gridava no, ma il corpo annuiva. L’amore, come lo si chiama per renderlo innocuo, è un cattivo giudice. Dice: Non guardare troppo da vicino. Dice: Avrà le sue ragioni. Dice: Se è oscuro, sarò io la notte che non lo tradisce. Lo odiavo, quanto ero disposto ad accettare ciò che in qualsiasi altro uomo avrei letto come avvertimento. Mi attirò di nuovo la finestra. Non perché volessi. Perché non potevo farne a meno. Scostai la tenda di un dito. Il respiro si fermò. Dall’altra parte della strada era seduto. Il sole non era ancora alto, ma già lo toccava. Si posava sulle sue spalle, rendeva la sua pelle dorata, e all’improvviso non era soltanto un uomo seduto su una sedia. Era… qualcosa che sembrava il motivo per cui le cose esistono. Non riuscivo a distogliere lo sguardo. Giorgio non era semplicemente bello. Era l’anima della creazione in carne e ossa. Come un dio, pensai. Non perché fossi religioso. Non perché credessi fosse santo. Ma perché il mio corpo, in sua presenza, si comportava come se avesse finalmente trovato qualcosa a cui è permesso obbedire. Mi girava leggermente la testa. Si mosse appena, si passò una mano sulla barba, e dentro di me fu come se persino le ombre annuissero. Qualunque cosa accadesse tra due giorni – denaro, minaccia, violenza, un conto da pagare o da esigere – il mio corpo diceva solo: Non importa. Se Giorgio era uno di “loro” – allora lo era. Se faceva per loro il lavoro sporco – allora era terribile. E tuttavia, nel respiro successivo, sarei stato di nuovo quello in ginocchio davanti a lui. Odiavo questa verità. E non potevo cambiarla. Lasciai ricadere la tenda. Dovevo fare qualcosa. Un pensiero dalla notte tornò. Una lettera. Anonima. Senza nome. Non per chiedere. Solo per depositare ciò che bruciava in me, prima che mi divorasse. Non avevo nessuno a Sant’Alfio. La carta doveva essere il mio testimone. Aprii il cassetto dello scrittoio. Trovai un foglio vuoto, color osso. Una matita corta. La presi. Fuori Giorgio era ancora lì. Come si scrive a un uomo che è più di un uomo? Una tentazione di carne. Una luce che non impallidisce nel giorno. La stella del mattino. Mi tornò in mente una parola letta a New York: “stella del mattino”. Un nome che può appartenere a Lucifero e a Gesù. Tentazione e salvezza. Così lo sentivo. Peccato e redenzione nella stessa figura. Abbassai lo sguardo sul foglio. Non era testo. Era confessione. Ogni parola in me arrivava con il capo chino. Fuori lui mosse appena le dita dei piedi al sole, e il mio corpo rispose prima della mente. Morbido. Pronto. Volevo servirlo. Il respiro si fece corto. La matita tremò sopra il foglio. Chiusi un istante gli occhi. Quando li riaprii, il foglio era ancora lì. Vuoto. In attesa. Inspirai a fondo. Non sapevo se gli avrei mai dato quella lettera. Forse l’avrei bruciata. Forse nascosta. Forse sarei stato vigliacco. Ma dovevo scriverla. Da quando Giorgio conosceva il mio nome, qualcosa in me non poteva più tornare indietro. Come se mi avesse spostato con un solo sguardo fuori dalla mia vita precedente, dentro una nuova in cui non potevo più fingere di non avere fame. Fuori sedeva come un dio. Dentro sedevo io, incapace di fuggire. La mia mano si sollevò di nuovo. E sapevo che avrei versato il mio cuore su quel foglio. Per lui.

  • EPISODIO 13 – DUE ALBE DA ORA

    Lo sentii di nuovo. Quel rumore di motore. Non più nel sogno. Da fuori. Profondo. Pesante. Lento. Un suono che in un paese come il nostro non compare per caso. Qui nessuno passava “per sbaglio” con un’auto. Una macchina potevano permettersela in pochi – aristocratici, funzionari… e quelli di cui non si pronuncia il nome. Mi alzai. A piedi nudi posai i piedi sul pavimento di legno. Mi avvicinai alla finestra, scostai leggermente le tende. Solo uno spiraglio, abbastanza largo per guardare fuori e abbastanza stretto per restare invisibile. E lì c’era una Fiat grigio scuro. Il conducente spense il motore e due uomini scesero. Non il genere di uomini che si vede di solito nel nostro paese. Il primo era magro, quasi elegante nella sua magrezza. Curato. Pelle olivastra, viso allungato, e sopra il sopracciglio destro una cicatrice sottile, precisa, come un segno lasciato apposta. La bocca rasata, solo un’ombra di baffi così fine da sembrare un pensiero che si cancella. In testa un fedora nero in feltro, con la piega centrale e le ammaccature ai lati, come se non fosse un cappello ma un emblema. Indossava un abito doppiopetto color antracite, di lana, con il panciotto. Camicia bianca dal colletto rigido, cravatta scura e stretta fermata da una piccola spilla. Scarpe Oxford nere, più pulite di qualsiasi cucina del paese. Un anello con sigillo alla mano. Un orologio al polso. E quello sguardo. Controllato. Valutatore. Come se non vedesse persone, ma possibilità. Il secondo era l’opposto. Massiccio, pesante, pelle più scura, cotta dal sole. Viso quadrato, naso storto che doveva essere stato rotto una volta. Un’incisione al lobo sinistro, come se ne avessero tolto un pezzo. All’angolo sinistro della bocca una piccola cicatrice, un taglio mai del tutto guarito. Portava una coppola scura in tweed grigio, a spina di pesce. Giacca di tweed scuro, panciotto scuro, camicia color crema aperta sul collo, foulard scuro. Pantaloni larghi grigio scuro, stivaletti marrone scuro. Nella mano destra teneva una sigaretta. Il suo sguardo era inquieto, vigile. Non impaurito. Piuttosto quello di chi misura di continuo dove potrebbe nascere il prossimo errore. Non dovetti riflettere a lungo su che uomini fossero. Qui non si diceva “uomini d’affari”. Non si diceva nulla. Si abbassava la voce, si chiudevano le imposte, si faceva finta di non vedere. Poi sentii la voce del magro – troppo chiara per quello che era, troppo amichevole per quello che portava dentro. «Giorgio, amico mio! Vieni, baciamoci le mani», disse. Eppure non suonava come amicizia. Suonava come affare. Come qualcosa che prendeva forma, proprio come quell’incubo che avevo appena sognato, per quanto gentile potesse sembrare. La porta di fronte si aprì. Giorgio uscì. A piedi nudi. Indossava quei pantaloni beige larghi che ormai conoscevo, il torso nudo. La luce dell’alba si posò sulla sua pelle, tracciando linee morbide sui muscoli e sulle vene fatte non per la bellezza, ma per il lavoro. Non camminava in fretta. Non camminava con cautela. Camminava con calma, come se fosse padrone di quel momento, anche se forse non l’aveva scelto. Come se conoscesse già ogni parola prima che venisse detta. Non si fermò davanti alla porta. Fece qualche passo più in là, sul sentiero aperto, lontano dai muri, come se non volesse che le pietre ascoltassero. Parlavano piano. Apposta. Non sentivo nulla. Solo dai volti capivo che si trattava di qualcosa di serio. Di pericoloso. Di proibito. Il fumatore accese la sigaretta e tirò profondamente. Il fumo si arricciò nell’aria del mattino, e con lui si sollevò la polvere portata dalla Fiat. Sembrava che l’aria stessa si facesse più pesante. L’elegante sollevò il braccio, girò il polso, controllò l’orologio e lo indicò. Un gesto quasi distratto e insieme ostentato. Qui si parlava di tempo. Di scadenze. Di qualcosa che non si discute. Il silenzio tra loro non era vuoto. Era denso. Poi sentii una parola. Non tutto. Solo quel frammento, come se il mondo mi concedesse esattamente ciò che voleva. La voce di Giorgio, più profonda del solito. Non calda. Non tenera. Di pietra. «Dopodomani», disse. Breve. Definitivo. Solo questo. Il resto rimase nella foschia: voci basse, fruscio di stoffa, il breve tiro alla sigaretta. Ma quella parola suonò nella mia testa come una campana. Cosa poteva significare? Cosa sarebbe accaduto dopodomani? Tra due albe. Due giorni da ora. E come se avesse udito la domanda dentro di me, guardò verso la mia finestra. Forse fu stupidità. Forse speranza. Forse quella voglia infantile che crede ancora che uno sguardo possa salvare tutto. Scostai un poco di più la tenda. Alzai la mano. Appena. Un saluto lieve, senza voce. Sono qui. Ti vedo. Non sei solo. E il suo sguardo rimase liscio. Nessun tremito. Nessun calore. Nessun “ragazzo”. Nessun sorriso che mi accogliesse. Come se tra noi non ci fosse nulla, nessuna coperta nell’oliveto, nessun sogno, nessuna mano sulla mia gamba, nessun «bene» alla fine del giorno. Nessun riconoscimento. Nessuna grazia. Nessuna memoria. Abbassai la mano come se mi fossi bruciato. Dentro di me qualcosa divenne grigio. L’uomo con la sigaretta disse, quasi come conferma, quasi come traduzione di ciò che non doveva essere frainteso: «Dopodomani. Tra due albe.» Lo disse piano, ma nella dolcezza c’era durezza. Una scadenza che non si tratta. Si avvicinò a Giorgio e quasi gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Il suo volto avrebbe potuto tagliare la pietra. Vidi solo che l’espressione di Giorgio cambiò appena. Un’ombra di preoccupazione. Come se avesse udito qualcosa di più pericoloso della loro sola presenza. Come se gli avessero conficcato un chiodo nella carne senza far uscire sangue. Giorgio non parlò. Annuì. Il fumatore tese la mano. Giorgio la strinse. Non una stretta amichevole. Piuttosto uno scambio. Tu sai. Io so. Non dimentichiamo. Poi l’uomo con la sigaretta voltò brevemente il capo. Io ritrassi istintivamente il mio, sperando che la tenda mi rendesse invisibile. Il respiro mi si fermò. Il suo sguardo scivolò sulle finestre. Anche sulla mia. Non a lungo. Ma abbastanza da farmi gelare. Non guardava con curiosità. Guardava per registrare. Per memorizzare dove ci sono occhi. Lo vidi fare l’ultimo tiro mentre si avviavano verso l’auto. Tenne la sigaretta tra due dita come fosse un resto inutile. Poi la lanciò via. Verso Giorgio. Non per caso. Di proposito. Volò in un arco basso e cadde ai piedi nudi di Giorgio. Un minuscolo punto incandescente. La punta ardeva come un piccolo occhio rosso. Il fumo si sollevava lento, come se volesse ancora dire qualcosa. Giorgio abbassò lo sguardo. Solo un istante. Ma pesante. Lo osservai con tale attenzione che mi parve di vedere un cambiamento minimo nel suo volto. Non paura. Non panico. Piuttosto quel rapido, silenzioso calcolo di un uomo che sa che i dettagli sono spesso i veri messaggi. Il suo sguardo rimase sulla sigaretta. Pensai: non è spazzatura. È un segno. Come un timbro. Come si getta qualcosa davanti a un animale per vedere se si ritrae. Giorgio non fece un passo indietro. Non sollevò il piede in fretta. Rimase fermo, come se avesse dimenticato di essere scalzo. Ma vidi le dita dei piedi tendersi appena. L’elegante era già mezzo dentro l’auto. Il fumatore si voltò ancora una volta, lento, per verificare se Giorgio restasse calmo. I suoi occhi scorsero sul petto di Giorgio, sulle spalle larghe, sulla barba, sulla testa rasata, e si fermarono un istante sui suoi piedi. Sulla sigaretta. Poi chiuse la portiera. Il clic tagliò l’aria. Il motore si accese. Profondo. Pesante. Lento. La Fiat grigia si mosse, scese la strada come se avesse tutto il tempo del mondo e insieme un appuntamento preciso. La polvere si alzò di nuovo. Giorgio restò immobile. Lo guardai seguire l’auto con lo sguardo fino alla curva in fondo alla via – quella svolta dietro cui non si vede più chi arriva o chi va – e solo quando la macchina sparì, si mosse. Si chinò, prese il mozzicone ancora acceso tra due dita e lo spense nella polvere. Non lo lasciò lì. Lo tenne nel pugno chiuso, come se dovesse eliminare la traccia che quei due avevano lasciato. La prova di una visita che il paese non avrebbe voluto vedere legata al suo nome. Alzò il capo e guardò verso la mia finestra. Scostai del tutto la tenda. Non osai salutare né sorridere. Lo guardai soltanto. Non disse nulla. Mi fece un cenno. Piccolo. Calmo. Minimo. Poi si voltò, rientrò in casa. La porta si chiuse piano, quasi con dolcezza, come se custodisse qualcosa. E io rimasi lì. Con le dita sulla tenda, senza sapere ciò che avrei dovuto sapere. Solo che qualcosa si era spostato, senza che potessi afferrarlo. E che Giorgio era coinvolto in cose che non comprendevo. Qualcosa che doveva accadere “dopodomani”. E dopodomani non era lontano. Solo due notti.

  • EPISODIO 12 – CAVALCATE, RAGAZZI, CAVALCATE!

    Galoppavo su un cavallo nero, e la spiaggia era vuota. Nessun pescatore, nessuna barca, nessuna impronta nella ghiaia fine. Solo quella linea infinita tra acqua e terra, che nella prima luce dell’alba sembrava quasi d’argento. Il cavallo sotto di me era caldo e vivo, un unico essere potente fatto di muscoli e respiro. Sentivo la sua schiena lavorare, quel sollevarsi e abbassarsi elastico che mi portava come se fossi parte di lui. Ogni balzo era un colpo attraverso il mio corpo, ma non faceva male. Non era quel cavalcare duro che ti scuote. Era fluido, ritmico, come una canzone che non si ascolta, ma si sente nel petto. Gli zoccoli battevano sulla ghiaia e ogni volta sprizzavano dietro di noi in gocce scure e sottili. Il sale stava nell’aria, pesante e puro, mescolato all’odore delle alghe e al respiro freddo del mare. Il vento veniva dall’acqua e mi sfiorava il viso. Dietro di me c’era Giorgio. Non lo vedevo. Lo sentivo sulla mia schiena nuda, come se il suo corpo fosse un secondo strato di pelle calda sopra il mio. Il calore del suo petto che si posava su di me a ogni respiro. Il peso tranquillo della sua presenza, che non spingeva e non tirava, ma semplicemente teneva. Le sue braccia erano attorno a me. Mi sentivo protetto, a mio agio nel calore del suo corpo. Vedevo solo le sue mani, come reggevano le mie e le redini. E tenevano tutto come Giorgio teneva ogni cosa: calmo, sicuro, senza fretta. Il suo respiro era al mio orecchio. Caldo. Regolare. Così vicino che avevo la sensazione che le sue labbra stessero per mordicchiarmi il lobo. Mi sentivo custodito. Come avvolto in una coperta che non era fatta di stoffa, ma di una persona. Non con parole. Non con promesse. Con quel sapere semplice del corpo: dietro di me c’è qualcuno più forte. Qualcuno che mi sostiene senza dirlo. Il cavallo galoppava e la spiaggia scorreva via. A sinistra il mare, a destra le dune, e tutto era morbido. Persino la luce era morbida. Era quell’ora in cui il mondo non ha ancora deciso quali colori indossare. Il cielo era rosa pallido, l’orizzonte una linea sottile e scura. Non dovevo parlare. Non dovevo spiegare nulla. Dovevo solo stare seduto, respirare, sentire. E pensai: così deve essere il paradiso. Non nelle mele, non nelle parole, ma nella vicinanza che non chiede se è permessa. In un corpo dietro di me che mi tiene senza giudizio. In un calore che mi avvolge così completamente da rendere persino la paura più silenziosa. Il galoppo divenne più veloce. O forse era soltanto il mio cuore. E proprio lì, in mezzo a quella quiete morbida e romantica, arrivò il rumore. Un motore. Profondo. Estraneo. Sbagliato sulla spiaggia. All’inizio era solo un brontolio, come un animale lontano. Poi divenne più forte, più vicino, metallico. L’aria vibrò in modo diverso, e il cavallo sotto di me si tese, come se avesse capito il pericolo prima di me. Guardai a destra. Accanto a noi, dove non avrebbe dovuto esserci nessuna automobile, correva una vettura nera. Liscia. Scura. Senza polvere. Come se non stesse guidando, ma fosse semplicemente apparsa. Non manteneva distanza. Viaggiava con noi, come se ci avesse cercati. Come se avesse saputo che eravamo lì. Il rumore del motore era così denso da inghiottire il ritmo degli zoccoli. Il vento, che poco prima sapeva di sale, ora odorava di olio e metallo caldo. Sentii Giorgio cambiare dietro di me. Non si vedeva, ma era nella tensione delle sue mani. Il suo calore rimaneva, ma non era più soltanto protezione. Era prontezza. Voltai di nuovo la testa verso l’auto, e lo sguardo nei suoi finestrini fu come una pugnalata. Non vidi nessuno. Nessun volto. Nessun occhio. Solo riflesso. Nel vetro scuro vidi me, Enzo, davanti sul cavallo, e dietro di me Giorgio come ombra e corpo, vicino, grande, contro la mia schiena. Ma quel riflesso non era calmo. Era deformato, tremante, in preda al panico, come se il vetro non rimandasse solo la luce, ma la paura. Riuscivo a malapena a respirare. La vettura si avvicinò. Così tanto che pensai che la vernice mi avrebbe sfiorato la pelle. Non correva soltanto accanto a noi. Ci spingeva. Giocava con la distanza. Me la toglieva centimetro dopo centimetro, come per provare quanto in fretta ci saremmo spezzati. Il cavallo sbuffò e il galoppo divenne irregolare. La spiaggia, poco prima infinita, ora sembrava un corridoio che si stringe. L’auto avanzò un poco. Voleva tagliarci la strada. Sentii il respiro di Giorgio accelerare al mio orecchio. Le sue mani tirarono leggermente le redini verso sinistra. Più vicino all’acqua. La ghiaia bagnata si fece pesante, gli zoccoli scivolarono per un battito, i sassi rotolarono sotto il ferro. Il mare non era più bello. Era un bordo, un rischio. Ma era l’unico spazio che l’auto ci lasciava. Galoppavamo lungo la linea dell’acqua, così vicini che le onde ci bagnavano le gambe. La vettura seguiva. Impossibile, assurdo, eppure lì. Guardai di nuovo nel finestrino. Ancora solo riflesso. E in quel riflesso vidi qualcosa che mi terrorizzò: galoppavo da solo sul cavallo, anche se continuavo a sentire Giorgio. «Non lasciarmi solo! Non sparire!» gridai. Guardai avanti. E poi, dall’altro lato, dal mare, come se l’acqua stessa avesse deciso di schierarsi contro di noi, arrivò un’onda. Non un’onda normale. Non una che si rompe dolcemente e poi si ritira. Ma una che si alzava come un muro. Una massa scura e pesante che cresceva all’improvviso, come se il mare avesse ricevuto un corpo. Sentii il fragore, troppo tardi. Il cavallo scivolò. Solo un attimo. Solo un passo falso sulla ghiaia mobile e bagnata. La vettura si avvicinò ancora, come se aspettasse proprio quell’istante per afferrarci. L’onda mi colpì. Fredda come un colpo. Pesante come una mano che ti tira giù. L’acqua mi riempì la bocca e il naso. Il sale bruciava. Aprii gli occhi d’istinto e vidi i miei piedi nudi in un letto. Ci volle un momento per capire che avevo soltanto sognato. Che avevo dormito nella casa dei miei nonni. Il mio corpo era bagnato di sudore. Ero seduto sul letto, le mani contratte nella coperta, come se tenessi ancora le redini. Il cuore correva. Nella stanza era già chiaro. Non la luce dura del giorno, ma quella precoce e cauta che non ha ancora deciso se sarà calda o fredda. Posava come un velo sottile sulle cose, smussava i contorni, eppure tutto sembrava più affilato del solito. L’aria della camera sapeva di lino vecchio, di polvere, del sapone di nonna Angela, che in realtà non avrebbe più potuto esserci e invece c’era, da qualche parte nelle fessure. Un odore che suona come casa quando sei piccolo. E come perdita, quando ritorni. Abbassai lo sguardo. Era lì. Il vecchio calzino scolorito di mio nonno. Un pezzo di stoffa che ieri era stato soltanto un calzino, e oggi giaceva come una confessione. Silenzioso. Spudorato. Pieno di ciò che nessuno avrebbe dovuto vedere. Una testimonianza muta della mia pressione, della mia fame, della mia disperazione, che durante la notte aveva cercato una via d’uscita perché altrimenti avrebbe fatto male. Mi passai una mano sul viso, come se potessi cancellare dalla pelle la sensazione di quell’incubo. E allora lo sentii di nuovo. Quel rumore di motore. Non più nel sogno. Da fuori. Profondo. Pesante. Lento.

  • EPISODIO 11 – UN MINUTO

    CANZONE RACCONTO Il paese era già dentro la sera quando arrivammo. Voci dietro le persiane, un breve tintinnio di metallo, da qualche parte un ultimo richiamo rimasto sospeso nel caldo. L’aria sapeva di pietra, di polvere, del giorno che si ritirava dalle viuzze controvoglia. Peppina trotterellava tra noi, come se fosse l’unica a non pensare. Come se fosse soltanto passo, respiro, abitudine. La corda nella mano di Giorgio pendeva lenta, ma in quella lentezza c’era qualcosa di incrollabile, come in lui tutto era incrollabile. Guidava senza tirare. Teneva senza premere. Le sue dita stavano attorno alla corda, larghe, calme, e io sentivo la trazione di quella mano fin dentro la mia nuca. La stalla ci accolse come un vecchio conoscente. Dentro era più buio, più fresco, e l’odore del fieno e del calore animale sembrava una coperta sulla pelle. La polvere galleggiava nell’ultima luce, come se non avesse ancora deciso di posarsi. Peppina sbuffò una volta quando vide il suo posto, e il suo corpo si fece morbido per il sollievo. E subito arrivò anche Principe, il giovane, ancora un po’ troppo magro, traballante sulle gambe, ma con quella sfacciata curiosità che hanno solo i piccoli. Diede una spinta al fianco di Peppina, come per assicurarsi che fosse davvero tornata, poi si avvicinò un poco alla mano di Giorgio, come se quella mano non appartenesse a lui, ma a chiunque la cercasse. Giorgio rise piano, quella risata breve e calda che non chiedeva mai permesso. Accarezzò il collo del piccolo, rassicurante, naturale, e io vidi di nuovo come tutta la vita volesse andare verso di lui. Animali, ombre, quiete. Persino la polvere sembrava volerglisi attaccare. Stavo lì accanto e sentivo quella vecchia puntura dentro di me. Non invidia per l’animale, non proprio. Piuttosto quel secco stupore di quanto la vicinanza, con lui, sembrasse facile. Come se fosse un gesto della mano. E per me qualcosa che non si poteva nemmeno pensare. Non osavo stargli addosso ancora a lungo. Mi faceva male separarmi da lui. Male davvero, non come un capriccio, non come qualcosa che domani sarebbe stato ridicolo. E allo stesso tempo sapevo che proprio quel tipo di dolore era pericoloso, perché rende stupidi. Perché rende sinceri. Non volevo rischiare nulla. Non mostrare troppo. Non stargli troppo vicino. Non sapevo nemmeno se mi stessi immaginando tutto, se quegli sguardi, quel breve trattenere i suoi occhi, quel “Bene” alla fine fossero stati davvero più che cortesia. Se il sogno… se il sogno non fosse stato soltanto un incidente del suo sonno. O se avesse sentito dentro di sé qualcosa che lo aveva spaventato, e insieme a lui anche me. Quando tornammo fuori, il cielo era già più scuro, e l’ultima luce restava come una striscia sottile sopra i tetti. Giorgio chiuse il portone. Metallo contro metallo. Un suono breve, poi silenzio. Mi guardò. Io guardai lui. Sorridemmo. Brevemente. Sinceramente. Ed era quasi tutto. «Buona notte e grazie per l’aiuto», disse con calma. «Di niente, buona notte», riuscii a dire, e mi odiai per quanto sottile suonasse la mia voce, come se avesse paura di mostrarsi. Come se la mia bocca avesse già capito che una nota sbagliata avrebbe potuto tradirmi. Ci salutammo con educazione, con calma, ma troppo presto. Così presto che sembrava quasi una fuga. Non andò lontano. Solo dall’altra parte della strada, pochi passi, dentro la sua casa. Nell’oscurità dietro la sua porta. E io restai lì come qualcuno che non sa dove mettere il proprio corpo, perché l’unica cosa che desidera sta scomparendo dall’altra parte della strada. Non dovetti pensarci a lungo, a dove avrei dormito quella notte. Nella casa dei miei genitori, giù in centro, sarebbe stato più lontano. Forse più sicuro. Più ragionevole. Ma tutto in me voleva essergli vicino. Così andai nella vecchia casa dei miei nonni. In realtà avrei voluto entrarci già a mezzogiorno, finalmente, dopo mesi. Aprire le scatole. Togliere la polvere. Lasciare entrare i ricordi. Ma poi era arrivato Giorgio e aveva cambiato il corso della mia giornata come se avesse soltanto messo il piede nel tempo e l’avesse spinto in un’altra direzione. Un piede. Un peso. Un passo che decide. Aprii la porta. La casa era buia e sapeva ancora di loro. Non forte. Non come un profumo. Piuttosto come qualcosa rimasto nelle fessure. Lino, legno, un filo di sapone, polvere che non era sporca ma vecchia. Un odore che una volta era stato casa. E sotto tutto quell’aroma fresco e chiuso della pietra che di giorno raccoglie il calore. Era ancora nei muri, come se avesse diritto di starci. I ricordi si svegliarono. Così in fretta che per un momento mi si strinse la gola. Mi mancavano. E poi, quasi subito, mi mancò ancora di più lui. Era crudele quanto forte ogni pensiero di lui attraversasse il mio corpo come un lampo. I miei nonni avrebbero capito che volevo dormire qui? mi chiesi all’improvviso. Che me lo immaginavo continuamente senza pantaloni, il proibito di cui non si parlava. Probabilmente no. Ma poi il mio corpo prese il controllo dei pensieri e riuscì a convincermi. Questa sensazione, questo bisogno di una persona che ti rende più grande e più piccolo insieme. Quello che forse si chiama amore. Ero qui perché qualcosa dentro di me cercava un posto. E oggi l’aveva trovato, ma non poteva entrarci. E questa casa era la cosa più vicina che mi era concessa, sulla stessa strada, nello stesso respiro della notte, a un muro soltanto di distanza fatto di decenza e paura. «Grazie, nonni», dissi piano. Attraversai la casa, stanza dopo stanza. Era già buio. Mi tolsi i sandali. Il pavimento sotto le piante nude dei piedi era caldo. I miei passi suonavano smorzati sulla pietra, e dappertutto c’erano cose riconoscibili, come se aspettassero nel buio. Una cassettiera, una sedia, un armadio rimasto chiuso troppo a lungo. Ombre negli angoli. Silenzio nell’aria. Il buio conosceva la casa. Me no. Per un momento pensai di tornare indietro. Sistemarsi in una casa in fondo sconosciuta, al buio, era difficile. Ma le immagini di Giorgio, in quell’oscurità, erano ancora più presenti, più nitide. Martellavano nella mia testa. Mi tenevano fermo. Bruciavano. Tastai lungo il muro. Intonaco ruvido, legno. Non avevo idea di dove fossero lampada, fiammiferi, olio. Ur tai nel metallo. Odore di petrolio. In un cassetto trovai dei fiammiferi. La fiamma non rese la stanza amichevole. Solo visibile. Poi andai in camera da letto. Il letto non era pronto. Trovai le lenzuola in un cassetto, le tirai fuori, le scossi, e la polvere salì come un piccolo spirito. Tirai il lenzuolo ben teso, posai il secondo sopra, come se l’ordine potesse aiutarmi a tenermi insieme. Ogni movimento che facevo era in realtà un movimento contro di lui, contro le immagini, contro le parole che risuonavano dentro di me. «Eri in ginocchio.» Lo sentii come se Giorgio fosse dietro di me. Non come una frase, ma come una presa. Come una posizione. Come una quiete che mi conduce al posto giusto. Immaginai, sognando a occhi aperti, come avrei preparato il letto per noi due. Come avrei messo due cuscini e lui, già spogliato, avrebbe aspettato nella stanza, guardando. Come il suo odore caldo avrebbe riempito l’aria. La realtà faceva male, come un colpo. Avrei dormito da solo quella notte. Mi spogliai. Completamente. Ero solo. Mi sdraiai. E rimasi sveglio a lungo. Il sonno non mi trovò. Arrivarono invece pensieri, cerchi, dubbi, sempre gli stessi, solo in altre forme, come acqua che batte contro la stessa pietra e non la rompe, ma esaurisce se stessa. Come avrei potuto liberarmi di quella pressione? Come avrei potuto conoscere la verità su di noi senza rischiare la mia vita, e perdere lui? Lui, che avevo appena guadagnato. Come persona. Come vicinanza. Come possibilità. Come avrei potuto farlo uscire dalla riserva? Scoprire se sarebbe stato aperto, per qualcuno come me. Per un uomo. Come avrebbe potuto sapere cosa provocava in me senza che lo dicessi? Quanto piccolo volevo sentirmi. Quanto piccolo lui poteva rendermi. Quanto lo volevo sopra di me. Quanto desideravo che facesse tacere l’inquietudine dentro di me. Ero attratto da lui fino al midollo, fin là dove non si finge più che sia solo un pensiero. Ma non sapevo come avrebbe reagito. E non volevo perderlo. Non lui. Gli uomini in Sicilia potevano diventare pericolosi. Imprevedibili. Un momento sbagliato, uno sguardo sbagliato, e tutto si rovesciava. E non era sempre la parola a essere pericolosa. A volte era il silenzio. A volte solo un respiro troppo vicino. Un minuto sarebbe bastato. Un minuto per distruggere tutto quello che c’era, o che forse non c’era ancora. Questo unico minuto. Pensai all’improvviso a una lettera. Anonima. Senza nome. Senza firma. Solo un pezzo di verità sulla carta che non rimandasse a me. Scrivergli tutto ciò che io stesso capivo a malapena, i desideri più oscuri, quella nostalgia calda e inquieta che non si lasciava calmare né dal pane né dal lavoro. Scrivergli ciò che il mio sguardo sapeva da tempo, quanto vedevo la sua forza. Quanto vedevo i suoi piedi, sicuri, pesanti, come se il terreno appartenesse a lui. Il piano non era chiaro. Ma dovevo liberarmi di quella pressione. Lasciarla uscire. In qualche modo. Metterla per iscritto. Farglielo sapere senza tradirmi. Fargli capire che qualcuno lo vedeva. Che qualcuno lo adorava. Lui non lo sapeva. O sì? Il pensiero mi rendeva nervoso. E quello dopo, peggiore, mi rendeva ancora più nervoso, che forse lo sapesse e proprio per questo fosse rimasto in silenzio. I miei pensieri giravano. Veloci. Incontrollati. E sempre tornava l’immagine della sua mano, calma, grande, che decide semplicemente cosa faccio. Mi immaginavo che schioccasse le dita e io sarei stato subito pronto a fare tutto ciò che voleva. Essere il suo servo. No, persino il suo schiavo. Volontariamente. Lo schiavo di un padrone che adoravo. Un agnello davanti a un dio. «Enzo», sussurrai nel buio, come se potessi fermarmi così. «Sei pazzo.» È solo un uomo, mi mentii. Ma era molto più di un uomo. Era il senso della mia vita, pensai, e mi spaventai di me stesso. La ragione per cui ero qui. La ragione per cui l’aria si sentiva diversa da quando conosceva il mio nome. E sapere che si trovava a pochi metri, dall’altra parte della strada, dietro un muro, in un letto, rendeva tutto peggiore. Forse era già disteso. Forse nudo. Forse la sua biancheria era su una sedia, come un involucro che non serve più. A un solo minuto di distanza. Fissai il soffitto. Sopra di me le vecchie travi scricchiolavano. La notte era calda, ma sotto la coperta avevo freddo in un punto che nessuna estate raggiunge. Mi voltai verso il muro, come se potessi nascondermi dalle mie stesse immagini. Ma non vedevo niente se non lui. I suoi muscoli. Il suo sorriso. I suoi piedi nella polvere. La forma dei pantaloni quando stava davanti a me. E il peso sotto, nascosto, grande, come se avesse una legge propria. Immaginai come sarebbe stato se nulla lo avesse più trattenuto. Libero. Naturale. Potente. Scoperto. Mi sentivo come una pentola a pressione. Carico di immagini e pensieri che sibilavano e spingevano, come se volessero farmi esplodere dall’interno. Cercai di calmarmi. Respirare a fondo. Pensare ad altro. Ma non potevo. Più cercavo di oppormi, peggiori diventavano le immagini. Lo vedevo di nuovo, come quel pomeriggio, sul ramo sopra di me, mentre mi invitava a sedermi accanto a lui. E io non mi sedevo accanto. Mi sedevo sotto. Ai suoi piedi. Li baciavo, toglievo la polvere, come se fosse il mio compito. Come si addice a un servo. Respiravo il suo odore mentre si spogliava. E poi feci ciò che fa un giovane uomo quando è sovraccarico. Quando il corpo grida qualcosa e deve viverlo, non perché sia bello, ma perché altrimenti fa male. Presi il cassetto accanto al letto, tastai alla luce della candela, e le mie dita trovarono un vecchio calzino, scolorito, di mio nonno. Un tessuto che aveva visto così tanto quotidiano da non significare quasi più nulla. Lo tenni stretto per un momento. Poi chiusi gli occhi. E mi toccai. Lentamente, come se dovessi prima convincermi a permettermi di fare ciò per cui avrei voluto chiedere il permesso. Come un rimedio d’emergenza che concedo a me stesso. Misi la mia mano in bocca e immaginai fosse la sua, non come una scena, ma come pressione, calore, vicinanza che mi mette ordine. Immaginai di essere sotto, piccolo, dove il suo sogno mi aveva visto. Immaginai di pregare davanti a lui. E che il mio dio fosse fatto di carne e calore. Diventato uomo. E che potessi servirlo, naturalmente, senza domanda. «Giorgio», sussurrai. «Giorgio.» Un minuto. Non mi serviva di più. Solo un minuto per sollevare il coperchio dalla pentola e lasciare uscire il vapore accumulato. Quando finì, non fu una vittoria. Piuttosto una resa. Un tremito che mi attraversò, e poi silenzio. Rimasi immobile, come se la notte potesse sentirmi. Poi restai lì. Vuoto. Più vuoto di prima, e allo stesso tempo ancora solo. Ancora esattamente dove ero stato prima. In un letto, da solo, nella casa dei miei nonni, mentre l’uomo che desideravo dormiva dall’altra parte della strada. Ma ero più calmo. Il fuoco sotto la pentola bruciava ancora. L’acqua bolliva ancora da qualche parte dentro di me. Solo non più così selvaggiamente. Sentivo il mio respiro. Più lento. Finalmente. Sentivo la casa che scricchiolava, non minacciosa, piuttosto come un vecchio animale che si muove nel sonno. E a un certo punto, senza che me ne accorgessi, il sonno mi trovò. Come un mantello che viene posato sulle spalle quando si smette di opporsi. Nel lasciarmi andare, Giorgio era ancora lì. Non come immagine. Non come pressione. Ma come un’ombra che porta quiete. Come una vicinanza che non afferra, ma sostiene. E per un momento, solo per quel momento, fu come se la casa espirasse. Come se mi lasciasse andare.

  • Come leggere la storia con le immagini nella tua lingua

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  • EPISODIO 10 – MI MORSI LE LABBRA

    CANZONE RACCONTO Il sogno aleggiava ancora tra noi, anche se da tempo avevamo ripreso a camminare. Le parole di Giorgio non erano state dette a voce alta, né in modo drammatico. Me le aveva raccontate quasi di sfuggita, e proprio per questo si erano posate dentro di me come qualcosa che non si può più cancellare. Come polvere che entra nei pori e rimane. Come il sapore di una mela già mangiata, che continua a restare sulla lingua. Camminavamo fianco a fianco, lungo il sentiero stretto che riportava verso il paese. Peppina avanzava tra noi, tranquilla, come se fosse l’unica a tenere in equilibrio quel mondo. I suoi zoccoli battevano regolari sulla pietra e sulla terra dura. La corda nella mano di Giorgio pendeva morbida, eppure c’era quell’evidenza naturale con cui lui teneva, guidava, decideva. Non con durezza, non con brutalità. Con sicurezza. Avrei voluto chiedergli perché me l’avesse raccontato. Se se ne pentiva. Se voleva mettermi alla prova. O se fosse qualcosa che gli era semplicemente sfuggito, una confessione senza intenzione. Ma non dissi nulla. Portavo dentro di me una bella canzone d’amore. La tenevo nascosta, non per vergogna, ma per prudenza. La bellezza, lì, era pericolosa. La verità lo era ancora di più. In Sicilia non si poteva dire ciò che si sentiva. Non nel 1926, non se si voleva restare. E mentre camminavamo, mi morsi le labbra. Per paura. Non quella paura che fa rumore, ma quella silenziosa e precisa. Quella che sa che basta una parola sbagliata. Che la verità può costare i denti. Che qualcosa che forse potrebbe esistere non si spezza dolcemente, ma con uno schiocco secco e definitivo. Mi morsi di nuovo le labbra. La luce cadeva obliqua tra gli alberi. Le foglie d’ulivo si facevano più morbide, le ombre più lunghe, il giorno perdeva la sua durezza. Solo il mio corpo restava teso, come se trattenesse qualcosa che avrebbe già dovuto lasciar andare. Guardai Giorgio senza girare la testa, solo con la coda dell’occhio. Così si guarda qualcuno che non si dovrebbe guardare. Camminava calmo. Pesante. Vicino alla terra. Il sudore aveva scurito la sua pelle in certi punti, e quando il vento girò nel modo giusto lo sentii: sole, sale, lavoro. Una mascolinità che non chiedeva nulla e proprio per questo provocava tutto. E subito tornò, quella frase del suo sogno. In ginocchio. Il respiro mi si fermò. Ero stata in ginocchio, davanti alla chiesa, davanti all’altare. Da bambina. Le ginocchia sulla pietra fredda, le mani giunte, lo sguardo abbassato, Dio sopra di me. Era simile. Eppure completamente sbagliato e giusto allo stesso tempo. Non umiltà. Adorazione. Una preghiera che il mio corpo conosceva prima che la mia mente riuscisse a darle un nome. È lui, pensai. Perché camminava accanto a me come un fuoco vivo, e io ero solo aria, troppo vicina alla fiamma. Volevo inginocchiarmi. Volevo pregare. Volevo cadere. Così in basso che il mio nome non contasse più. Come mi aveva visto nel suo sogno. Mi morsi le labbra fino a sentire dolore. Peppina sbuffò piano. Quel suono mi riportò indietro. Giorgio guardò avanti e indietro, come se controllasse un percorso che conosceva nel sonno. Poi un rapido sguardo verso di me, che si fermò. Un attimo di troppo per essere casuale. Guardai anch’io. Eravamo soli. Tra i nostri passi c’era un silenzio che non era vuoto. Era pieno. Del sogno, di ciò che nessuno dei due diceva. Poi Giorgio disse, come se fosse un pensiero qualsiasi: «E… che cosa fai, in realtà, con la vecchia casa di pietra dei tuoi nonni?» La sua voce era calma. Fattuale. Volutamente fattuale. Come se scegliesse un filo che non bruciava. Mi servì un momento. La casa dei miei nonni. L’odore di lino e polvere. La vita di due persone che non c’erano più. E ora: la mia decisione. «Vuoi venderla?» chiese. Ora mi guardava davvero. «O la tieni solo per te?» Solo. La parola mi si posò sulla nuca come una mano. Non volevo più essere sola. Volevo stargli accanto, vederlo sempre, sentirlo, averlo intorno a me. La casa dei miei nonni, di fronte alla sua, era l’unico alibi che avevo per restargli vicino. La casa dei miei genitori era al centro del paese. Troppo lontana da quassù. Dissi ciò che potevo dire. «No», dissi con calma. «Non la vendo.» Giorgio annuì appena. «Resto», aggiunsi. «C’è abbastanza da fare. Devo sistemare le casse. I vestiti… e mettere in ordine.» Alla parola vestiti pensai ai suoi pantaloni grandi. A ciò che contenevano. A quanto desiderassi vederlo senza. Mi salvai con un sorriso: «Per te comunque non ci sarebbe niente.» Giorgio alzò un sopracciglio. «In che senso?» «Sei troppo largo», dissi. «Troppo grande. Ti starebbe tutto troppo piccolo. Non entreresti in nulla. I tuoi muscoli farebbero saltare tutto», risposi sinceramente. Lui rise. «Sì, su questo hai ragione», disse. Poi, quasi di passaggio: «Questi, tra l’altro, sono gli ultimi.» Lo guardai. «Che vuoi dire?» Indicò verso il basso con il mento e prese i pantaloni all’orlo, tirandoli un poco in avanti. Non potei fare a meno di fissare lo spiraglio che si formava. Per un attimo pensai che stesse per mostrarmi ciò che nascondevano. «Sono gli ultimi pantaloni interi che ho», disse. «Gli altri… si sono strappati. Per il lavoro. Per le arrampicate. Per la tensione.» Espirò piano. «Devo farmene fare di nuovi, appena avrò di nuovo un po’ di soldi.» Il tono era pratico, ma sotto sentivo qualcosa: stanchezza. Forse anche orgoglio. Era un uomo che non buttava via nulla finché serviva ancora. Guardava avanti, non me, ma sentivo che sapeva comunque che stavo assorbendo ogni parola. «Non posso mica andare in giro mezzo nudo tutti i giorni», disse asciutto. La frase era una battuta. Una frase semplice. In me, però, tagliò a fondo. Come un coltello caldo nel burro. Nudo. Senza vestiti. Così come Dio lo aveva fatto. Mi morsi le labbra. Lo rividi sotto gli ulivi. Non solo a torso nudo, ma in un’immagine che divenne subito troppo calda. Sudato, vestito solo di una rete di vene che mi catturava senza volerlo. Non avrei avuto nulla in contrario a vederlo girare nudo ogni giorno, ma: «Il paese parlerebbe», dissi piano, più come un pensiero ad alta voce. Giorgio rise breve. Più duro, questa volta. «Il paese parla sempre.» Poi, più calmo: «Ma sì. Hai ragione.» Ed eccola di nuovo, la realtà. Avrebbero parlato di lui anche se non avesse tolto niente a nessuno. Il sogno, però, era ancora lì. Silenzioso. Pesante. Ardente come un fuoco che faceva bollire tutto dentro di me. «Eri in ginocchio.» Questa frase non mi lasciava. La sentivo di continuo nell’orecchio interno. Il mio corpo reagiva come se fosse presente. Come se Giorgio non mi avesse raccontato solo un sogno, ma mostrato una possibilità per poi richiuderla subito. Volevo chiedere. Perché nel tuo sogno ero in ginocchio? Eri nudo tu – lo ero io? Mi nutrivi davvero solo di mele? Volevo dire: non ho fame solo delle tue mele. Volevo dire: togliti i pantaloni e lasciami inginocchiare davanti a te. Ora. Perché hai controllato il sentiero? Ma il rischio mi stava addosso. Eppure, nella sua domanda sulla casa, nella sua risata, nel suo sguardo, in quella franchezza sui vestiti strappati c’era qualcosa come un filo. Una possibilità. Ci avvicinavamo al paese. Da lontano si sentivano voci, un cane, metallo contro pietra. Lo guardai. Questa volta più a lungo. L’ultima luce colpì il suo viso. I suoi occhi sembravano più chiari, come mare sotto il sole. Forse era solo il cielo che vi si rifletteva. Forse qualcosa di più. Giorgio mi guardò e sostenne lo sguardo. Un battito di cuore. Poi un altro. «Allora resti», disse. «Sì», dissi decisa, senza doverci pensare. Annuì. Un sorriso piccolo, quasi invisibile. «Bene.» Solo quella parola. Non «bene per il lavoro». Non «bene per la terra». Solo «bene». Mi morsi le labbra per non sorridere troppo, troppo speranzosa. Perché la speranza era pericolosa. Ma c’era. Come l’ultima striscia di sole. Come una mela proibita e rovente. Come un sogno che non si dovrebbe sognare e che il corpo sogna lo stesso. Continuammo a camminare. Verso il paese. Verso le regole. E io camminavo accanto a lui. In silenzio. Ardendo. Con una verità dentro di me che non potevo pronunciare. E con una preghiera che non dicevo ad alta voce, ma che tenevo solo per me: Dio, fammi inginocchiare davanti a lui e pregare.

  • EPISODIO 9 – VOGLIO PECCARE

    CANZONE RACCONTO Giorgio stava davanti a me. Non abbastanza vicino da toccarmi. Non abbastanza lontano da impedirmi di sentire il suo odore maschile, avvolgente, attraente. L’aria nel frattempo si era un poco rinfrescata e tuttavia mi sembrava ancora troppo calda, come se avesse trattenuto per tutto il giorno la memoria della nostra vicinanza. Il sole era basso; la luce filtrava obliqua tra le foglie degli ulivi e si posava sulla sua pelle. Vedevo il suo petto nudo sollevarsi e abbassarsi, calmo, eppure in quella calma c’era qualcosa di non detto, qualcosa di trattenuto nella sua espressione. «Grazie per aver aspettato», disse. «Dovevo dormire un po’. Oggi il caldo era insopportabile.» Mi osservò per un momento, con attenzione. «Sei riuscito anche tu a riposare?» «No», dissi. «Non faccio la siesta. A New York non si usa.» Esitai un istante, poi aggiunsi con più sincerità di quanto avrei voluto: «Mi sono goduto il panorama.» «Mi fa piacere.» La sua voce era normale. Forse troppo normale. «Ho fatto un sogno strano», disse poi. Il tono era calmo, ma sotto c’era qualcosa di irregolare, come se il sogno lo stesse ancora occupando. «Ti piacciono le mie mele?» chiese. La domanda era innocente. E allo stesso tempo non lo era. Il mio sguardo si staccò solo per un attimo dal suo volto, scivolò involontariamente verso il centro del suo corpo e tornò indietro, come se mi fossi sorpreso sul fatto. Annuii. Avevo la bocca secca. Fece mezzo passo avanti, non invadente, non esigente, ma come se volesse dirmi qualcosa destinato solo a me. «Ho sognato…», cominciò lentamente. «Eravamo insieme nella parte della mia terra dove crescono i meli. Anche tu eri nel mio sogno. Tu…» Esitò un istante. «Eri in ginocchio.» Si fermò brevemente, come per verificare la mia reazione, se volessi interromperlo. Non lo feci. Al contrario, rimasi completamente immobile. «Chiedevi le mie mele. In modo piuttosto disperato. Ti piacevano così tanto», disse. «E io te le ho date. Sotto i grandi alberi.» Le parole non mi colpirono come uno schiaffo. Affondarono. In profondità. Senza rumore. Deglutii. Vidi l’immagine davanti a me. Non esattamente come l’aveva descritta lui, ma come la sentivo. Ero seduto. Ma più in basso di lui. Alla stessa altezza in cui ci si inginocchia davanti a un uomo in piedi. Non pensai alla vergogna. Pensai alla verità. Io sono quel sogno, pensai. Non perché volessi le sue mele dolci. Non perché fossi davvero stato in ginocchio. Ma perché era esattamente così che volevo essere visto. Il mio sguardo scivolò su di lui, senza che potessi trattenerlo. Sul suo volto, che nella luce della sera appariva più morbido, quasi vulnerabile. Sul suo collo, che si tendeva a ogni respiro. Sul suo petto, ancora segnato dal caldo. Una singola goccia di sudore si era raccolta sul suo fianco e scendeva lentamente, come se seguisse una linea che solo io potevo vedere. «Avevi fame», continuò. La sua voce era calma, ma più profonda di prima, come se si fosse adattata al contenuto. «Non ne avevi mai abbastanza.» Sentii il mio respiro cambiare. Diventò più superficiale. No, a dire il vero, a ciò che ascoltavo respiravo a stento. «“Ti prego, dammene ancora”, hai detto.» In quel momento pensai che forse nel suo sogno non si trattava davvero di mele. Ma di un altro frutto. Il suo. Uno proibito. Uno il cui nome non si pronunciava. Tra noi non c’era alcuna mela, eppure era lì. Bruciante, invisibile, inevitabile. Adamo ed Eva mi vennero in mente. Non come racconto, ma come rivelazione. Voglio peccare, pensai. Giorgio mi guardò come se non sapesse esattamente cosa leggesse nel mio sguardo, solo che era qualcosa che non poteva ignorare. Abbassai gli occhi. Ai suoi piedi. Alle sue gambe. E poi di nuovo a quel rigonfiamento che per me era diventato la mela. Voglio la mela, pensai. Non per morderla. E tuttavia per prenderla in bocca. Per baciarla. Per riconoscere chi volevo davvero essere. «Vieni», disse all’improvviso Giorgio. La sua voce era di nuovo più ferma, ma non dura. «La giornata è quasi finita.» Si voltò. Troppo in fretta. Quasi in fuga. Come se dovesse salvare se stesso da una situazione che non voleva, o non poteva, pensare fino in fondo. Forse il suo sogno non era stato un invito a gustare la sua mela. Forse era solo un’eco. Un’eco di ciò che era stato vissuto. O un’eco di ciò che lui stesso aveva sentito, senza riuscire a nominarlo. Raccogliemmo i pochi frutti che nel frattempo si erano scaldati sul telo su cui avevamo mangiato. Giorgio prese Peppina per la corda e ci incamminammo verso casa. Verso casa. Là dove il sole stava appena tramontando.

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