EPISODIO 13 – DUE ALBE DA ORA
- Enzo

- 22 feb
- Tempo di lettura: 6 min
Lo sentii di nuovo. Quel rumore di motore. Non più nel sogno. Da fuori. Profondo. Pesante. Lento.
Un suono che in un paese come il nostro non compare per caso. Qui nessuno passava “per sbaglio” con un’auto. Una macchina potevano permettersela in pochi – aristocratici, funzionari… e quelli di cui non si pronuncia il nome.
Mi alzai. A piedi nudi posai i piedi sul pavimento di legno.
Mi avvicinai alla finestra, scostai leggermente le tende. Solo uno spiraglio, abbastanza largo per guardare fuori e abbastanza stretto per restare invisibile.
E lì c’era una Fiat grigio scuro. Il conducente spense il motore e due uomini scesero.
Non il genere di uomini che si vede di solito nel nostro paese.
Il primo era magro, quasi elegante nella sua magrezza. Curato. Pelle olivastra, viso allungato, e sopra il sopracciglio destro una cicatrice sottile, precisa, come un segno lasciato apposta. La bocca rasata, solo un’ombra di baffi così fine da sembrare un pensiero che si cancella. In testa un fedora nero in feltro, con la piega centrale e le ammaccature ai lati, come se non fosse un cappello ma un emblema.
Indossava un abito doppiopetto color antracite, di lana, con il panciotto. Camicia bianca dal colletto rigido, cravatta scura e stretta fermata da una piccola spilla. Scarpe Oxford nere, più pulite di qualsiasi cucina del paese. Un anello con sigillo alla mano. Un orologio al polso.
E quello sguardo.
Controllato. Valutatore. Come se non vedesse persone, ma possibilità.
Il secondo era l’opposto. Massiccio, pesante, pelle più scura, cotta dal sole. Viso quadrato, naso storto che doveva essere stato rotto una volta. Un’incisione al lobo sinistro, come se ne avessero tolto un pezzo. All’angolo sinistro della bocca una piccola cicatrice, un taglio mai del tutto guarito. Portava una coppola scura in tweed grigio, a spina di pesce. Giacca di tweed scuro, panciotto scuro, camicia color crema aperta sul collo, foulard scuro. Pantaloni larghi grigio scuro, stivaletti marrone scuro.
Nella mano destra teneva una sigaretta.
Il suo sguardo era inquieto, vigile. Non impaurito. Piuttosto quello di chi misura di continuo dove potrebbe nascere il prossimo errore.
Non dovetti riflettere a lungo su che uomini fossero.
Qui non si diceva “uomini d’affari”. Non si diceva nulla. Si abbassava la voce, si chiudevano le imposte, si faceva finta di non vedere.
Poi sentii la voce del magro – troppo chiara per quello che era, troppo amichevole per quello che portava dentro.
«Giorgio, amico mio! Vieni, baciamoci le mani», disse. Eppure non suonava come amicizia.
Suonava come affare. Come qualcosa che prendeva forma, proprio come quell’incubo che avevo appena sognato, per quanto gentile potesse sembrare.
La porta di fronte si aprì.
Giorgio uscì. A piedi nudi. Indossava quei pantaloni beige larghi che ormai conoscevo, il torso nudo. La luce dell’alba si posò sulla sua pelle, tracciando linee morbide sui muscoli e sulle vene fatte non per la bellezza, ma per il lavoro.
Non camminava in fretta.
Non camminava con cautela.
Camminava con calma, come se fosse padrone di quel momento, anche se forse non l’aveva scelto. Come se conoscesse già ogni parola prima che venisse detta.
Non si fermò davanti alla porta. Fece qualche passo più in là, sul sentiero aperto, lontano dai muri, come se non volesse che le pietre ascoltassero.
Parlavano piano. Apposta. Non sentivo nulla. Solo dai volti capivo che si trattava di qualcosa di serio. Di pericoloso. Di proibito.
Il fumatore accese la sigaretta e tirò profondamente. Il fumo si arricciò nell’aria del mattino, e con lui si sollevò la polvere portata dalla Fiat. Sembrava che l’aria stessa si facesse più pesante.
L’elegante sollevò il braccio, girò il polso, controllò l’orologio e lo indicò. Un gesto quasi distratto e insieme ostentato. Qui si parlava di tempo. Di scadenze. Di qualcosa che non si discute.
Il silenzio tra loro non era vuoto. Era denso.
Poi sentii una parola.
Non tutto. Solo quel frammento, come se il mondo mi concedesse esattamente ciò che voleva.
La voce di Giorgio, più profonda del solito. Non calda. Non tenera. Di pietra.
«Dopodomani», disse. Breve. Definitivo.
Solo questo.
Il resto rimase nella foschia: voci basse, fruscio di stoffa, il breve tiro alla sigaretta. Ma quella parola suonò nella mia testa come una campana.
Cosa poteva significare? Cosa sarebbe accaduto dopodomani?
Tra due albe. Due giorni da ora.
E come se avesse udito la domanda dentro di me, guardò verso la mia finestra.
Forse fu stupidità. Forse speranza. Forse quella voglia infantile che crede ancora che uno sguardo possa salvare tutto. Scostai un poco di più la tenda.
Alzai la mano. Appena. Un saluto lieve, senza voce. Sono qui. Ti vedo. Non sei solo.
E il suo sguardo rimase liscio. Nessun tremito. Nessun calore. Nessun “ragazzo”. Nessun sorriso che mi accogliesse. Come se tra noi non ci fosse nulla, nessuna coperta nell’oliveto, nessun sogno, nessuna mano sulla mia gamba, nessun «bene» alla fine del giorno.
Nessun riconoscimento. Nessuna grazia. Nessuna memoria.
Abbassai la mano come se mi fossi bruciato.
Dentro di me qualcosa divenne grigio.
L’uomo con la sigaretta disse, quasi come conferma, quasi come traduzione di ciò che non doveva essere frainteso:
«Dopodomani. Tra due albe.»
Lo disse piano, ma nella dolcezza c’era durezza. Una scadenza che non si tratta.
Si avvicinò a Giorgio e quasi gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Il suo volto avrebbe potuto tagliare la pietra.
Vidi solo che l’espressione di Giorgio cambiò appena. Un’ombra di preoccupazione. Come se avesse udito qualcosa di più pericoloso della loro sola presenza. Come se gli avessero conficcato un chiodo nella carne senza far uscire sangue.
Giorgio non parlò. Annuì.
Il fumatore tese la mano.
Giorgio la strinse. Non una stretta amichevole. Piuttosto uno scambio. Tu sai. Io so. Non dimentichiamo.
Poi l’uomo con la sigaretta voltò brevemente il capo. Io ritrassi istintivamente il mio, sperando che la tenda mi rendesse invisibile. Il respiro mi si fermò. Il suo sguardo scivolò sulle finestre. Anche sulla mia. Non a lungo. Ma abbastanza da farmi gelare.
Non guardava con curiosità. Guardava per registrare. Per memorizzare dove ci sono occhi.
Lo vidi fare l’ultimo tiro mentre si avviavano verso l’auto. Tenne la sigaretta tra due dita come fosse un resto inutile. Poi la lanciò via. Verso Giorgio. Non per caso. Di proposito.
Volò in un arco basso e cadde ai piedi nudi di Giorgio.
Un minuscolo punto incandescente.
La punta ardeva come un piccolo occhio rosso. Il fumo si sollevava lento, come se volesse ancora dire qualcosa.
Giorgio abbassò lo sguardo.
Solo un istante. Ma pesante.
Lo osservai con tale attenzione che mi parve di vedere un cambiamento minimo nel suo volto. Non paura. Non panico. Piuttosto quel rapido, silenzioso calcolo di un uomo che sa che i dettagli sono spesso i veri messaggi.
Il suo sguardo rimase sulla sigaretta. Pensai: non è spazzatura. È un segno.
Come un timbro.
Come si getta qualcosa davanti a un animale per vedere se si ritrae.
Giorgio non fece un passo indietro. Non sollevò il piede in fretta. Rimase fermo, come se avesse dimenticato di essere scalzo.
Ma vidi le dita dei piedi tendersi appena.
L’elegante era già mezzo dentro l’auto. Il fumatore si voltò ancora una volta, lento, per verificare se Giorgio restasse calmo. I suoi occhi scorsero sul petto di Giorgio, sulle spalle larghe, sulla barba, sulla testa rasata, e si fermarono un istante sui suoi piedi.
Sulla sigaretta.
Poi chiuse la portiera.
Il clic tagliò l’aria.
Il motore si accese.
Profondo. Pesante. Lento.
La Fiat grigia si mosse, scese la strada come se avesse tutto il tempo del mondo e insieme un appuntamento preciso. La polvere si alzò di nuovo.
Giorgio restò immobile.
Lo guardai seguire l’auto con lo sguardo fino alla curva in fondo alla via – quella svolta dietro cui non si vede più chi arriva o chi va – e solo quando la macchina sparì, si mosse.
Si chinò, prese il mozzicone ancora acceso tra due dita e lo spense nella polvere. Non lo lasciò lì. Lo tenne nel pugno chiuso, come se dovesse eliminare la traccia che quei due avevano lasciato. La prova di una visita che il paese non avrebbe voluto vedere legata al suo nome.
Alzò il capo e guardò verso la mia finestra.
Scostai del tutto la tenda. Non osai salutare né sorridere. Lo guardai soltanto.
Non disse nulla. Mi fece un cenno. Piccolo. Calmo. Minimo.
Poi si voltò, rientrò in casa. La porta si chiuse piano, quasi con dolcezza, come se custodisse qualcosa.
E io rimasi lì.
Con le dita sulla tenda, senza sapere ciò che avrei dovuto sapere. Solo che qualcosa si era spostato, senza che potessi afferrarlo. E che Giorgio era coinvolto in cose che non comprendevo.
Qualcosa che doveva accadere “dopodomani”.
E dopodomani non era lontano.
Solo due notti.
