EPISODIO 11 – UN MINUTO
- Enzo

- 8 feb
- Tempo di lettura: 9 min
CANZONE
RACCONTO
Il paese era già dentro la sera quando arrivammo. Voci dietro le persiane, un breve tintinnio di metallo, da qualche parte un ultimo richiamo rimasto sospeso nel caldo. L’aria sapeva di pietra, di polvere, del giorno che si ritirava dalle viuzze controvoglia.
Peppina trotterellava tra noi, come se fosse l’unica a non pensare. Come se fosse soltanto passo, respiro, abitudine. La corda nella mano di Giorgio pendeva lenta, ma in quella lentezza c’era qualcosa di incrollabile, come in lui tutto era incrollabile. Guidava senza tirare. Teneva senza premere. Le sue dita stavano attorno alla corda, larghe, calme, e io sentivo la trazione di quella mano fin dentro la mia nuca.
La stalla ci accolse come un vecchio conoscente. Dentro era più buio, più fresco, e l’odore del fieno e del calore animale sembrava una coperta sulla pelle. La polvere galleggiava nell’ultima luce, come se non avesse ancora deciso di posarsi. Peppina sbuffò una volta quando vide il suo posto, e il suo corpo si fece morbido per il sollievo. E subito arrivò anche Principe, il giovane, ancora un po’ troppo magro, traballante sulle gambe, ma con quella sfacciata curiosità che hanno solo i piccoli. Diede una spinta al fianco di Peppina, come per assicurarsi che fosse davvero tornata, poi si avvicinò un poco alla mano di Giorgio, come se quella mano non appartenesse a lui, ma a chiunque la cercasse.
Giorgio rise piano, quella risata breve e calda che non chiedeva mai permesso. Accarezzò il collo del piccolo, rassicurante, naturale, e io vidi di nuovo come tutta la vita volesse andare verso di lui. Animali, ombre, quiete. Persino la polvere sembrava volerglisi attaccare.
Stavo lì accanto e sentivo quella vecchia puntura dentro di me. Non invidia per l’animale, non proprio. Piuttosto quel secco stupore di quanto la vicinanza, con lui, sembrasse facile. Come se fosse un gesto della mano. E per me qualcosa che non si poteva nemmeno pensare.
Non osavo stargli addosso ancora a lungo. Mi faceva male separarmi da lui. Male davvero, non come un capriccio, non come qualcosa che domani sarebbe stato ridicolo. E allo stesso tempo sapevo che proprio quel tipo di dolore era pericoloso, perché rende stupidi. Perché rende sinceri.
Non volevo rischiare nulla. Non mostrare troppo. Non stargli troppo vicino. Non sapevo nemmeno se mi stessi immaginando tutto, se quegli sguardi, quel breve trattenere i suoi occhi, quel “Bene” alla fine fossero stati davvero più che cortesia. Se il sogno… se il sogno non fosse stato soltanto un incidente del suo sonno.
O se avesse sentito dentro di sé qualcosa che lo aveva spaventato, e insieme a lui anche me.
Quando tornammo fuori, il cielo era già più scuro, e l’ultima luce restava come una striscia sottile sopra i tetti. Giorgio chiuse il portone. Metallo contro metallo. Un suono breve, poi silenzio.
Mi guardò. Io guardai lui. Sorridemmo. Brevemente. Sinceramente. Ed era quasi tutto.
«Buona notte e grazie per l’aiuto», disse con calma.
«Di niente, buona notte», riuscii a dire, e mi odiai per quanto sottile suonasse la mia voce, come se avesse paura di mostrarsi. Come se la mia bocca avesse già capito che una nota sbagliata avrebbe potuto tradirmi.
Ci salutammo con educazione, con calma, ma troppo presto. Così presto che sembrava quasi una fuga.
Non andò lontano. Solo dall’altra parte della strada, pochi passi, dentro la sua casa. Nell’oscurità dietro la sua porta.
E io restai lì come qualcuno che non sa dove mettere il proprio corpo, perché l’unica cosa che desidera sta scomparendo dall’altra parte della strada.
Non dovetti pensarci a lungo, a dove avrei dormito quella notte.
Nella casa dei miei genitori, giù in centro, sarebbe stato più lontano. Forse più sicuro. Più ragionevole.
Ma tutto in me voleva essergli vicino.
Così andai nella vecchia casa dei miei nonni.
In realtà avrei voluto entrarci già a mezzogiorno, finalmente, dopo mesi. Aprire le scatole. Togliere la polvere. Lasciare entrare i ricordi. Ma poi era arrivato Giorgio e aveva cambiato il corso della mia giornata come se avesse soltanto messo il piede nel tempo e l’avesse spinto in un’altra direzione. Un piede. Un peso. Un passo che decide.
Aprii la porta.
La casa era buia e sapeva ancora di loro.
Non forte. Non come un profumo. Piuttosto come qualcosa rimasto nelle fessure. Lino, legno, un filo di sapone, polvere che non era sporca ma vecchia. Un odore che una volta era stato casa. E sotto tutto quell’aroma fresco e chiuso della pietra che di giorno raccoglie il calore. Era ancora nei muri, come se avesse diritto di starci.
I ricordi si svegliarono. Così in fretta che per un momento mi si strinse la gola. Mi mancavano.
E poi, quasi subito, mi mancò ancora di più lui.
Era crudele quanto forte ogni pensiero di lui attraversasse il mio corpo come un lampo.
I miei nonni avrebbero capito che volevo dormire qui? mi chiesi all’improvviso. Che me lo immaginavo continuamente senza pantaloni, il proibito di cui non si parlava. Probabilmente no. Ma poi il mio corpo prese il controllo dei pensieri e riuscì a convincermi. Questa sensazione, questo bisogno di una persona che ti rende più grande e più piccolo insieme. Quello che forse si chiama amore. Ero qui perché qualcosa dentro di me cercava un posto. E oggi l’aveva trovato, ma non poteva entrarci. E questa casa era la cosa più vicina che mi era concessa, sulla stessa strada, nello stesso respiro della notte, a un muro soltanto di distanza fatto di decenza e paura.
«Grazie, nonni», dissi piano.
Attraversai la casa, stanza dopo stanza. Era già buio. Mi tolsi i sandali. Il pavimento sotto le piante nude dei piedi era caldo. I miei passi suonavano smorzati sulla pietra, e dappertutto c’erano cose riconoscibili, come se aspettassero nel buio. Una cassettiera, una sedia, un armadio rimasto chiuso troppo a lungo. Ombre negli angoli. Silenzio nell’aria. Il buio conosceva la casa. Me no.
Per un momento pensai di tornare indietro. Sistemarsi in una casa in fondo sconosciuta, al buio, era difficile. Ma le immagini di Giorgio, in quell’oscurità, erano ancora più presenti, più nitide. Martellavano nella mia testa. Mi tenevano fermo. Bruciavano.
Tastai lungo il muro. Intonaco ruvido, legno. Non avevo idea di dove fossero lampada, fiammiferi, olio. Ur tai nel metallo. Odore di petrolio. In un cassetto trovai dei fiammiferi. La fiamma non rese la stanza amichevole. Solo visibile.
Poi andai in camera da letto.
Il letto non era pronto.
Trovai le lenzuola in un cassetto, le tirai fuori, le scossi, e la polvere salì come un piccolo spirito. Tirai il lenzuolo ben teso, posai il secondo sopra, come se l’ordine potesse aiutarmi a tenermi insieme. Ogni movimento che facevo era in realtà un movimento contro di lui, contro le immagini, contro le parole che risuonavano dentro di me.
«Eri in ginocchio.»
Lo sentii come se Giorgio fosse dietro di me. Non come una frase, ma come una presa. Come una posizione. Come una quiete che mi conduce al posto giusto.
Immaginai, sognando a occhi aperti, come avrei preparato il letto per noi due. Come avrei messo due cuscini e lui, già spogliato, avrebbe aspettato nella stanza, guardando. Come il suo odore caldo avrebbe riempito l’aria.
La realtà faceva male, come un colpo.
Avrei dormito da solo quella notte.
Mi spogliai. Completamente. Ero solo.
Mi sdraiai.
E rimasi sveglio a lungo.
Il sonno non mi trovò. Arrivarono invece pensieri, cerchi, dubbi, sempre gli stessi, solo in altre forme, come acqua che batte contro la stessa pietra e non la rompe, ma esaurisce se stessa.
Come avrei potuto liberarmi di quella pressione?
Come avrei potuto conoscere la verità su di noi senza rischiare la mia vita, e perdere lui? Lui, che avevo appena guadagnato. Come persona. Come vicinanza. Come possibilità.
Come avrei potuto farlo uscire dalla riserva? Scoprire se sarebbe stato aperto, per qualcuno come me. Per un uomo.
Come avrebbe potuto sapere cosa provocava in me senza che lo dicessi? Quanto piccolo volevo sentirmi. Quanto piccolo lui poteva rendermi. Quanto lo volevo sopra di me. Quanto desideravo che facesse tacere l’inquietudine dentro di me. Ero attratto da lui fino al midollo, fin là dove non si finge più che sia solo un pensiero.
Ma non sapevo come avrebbe reagito.
E non volevo perderlo. Non lui.
Gli uomini in Sicilia potevano diventare pericolosi. Imprevedibili. Un momento sbagliato, uno sguardo sbagliato, e tutto si rovesciava. E non era sempre la parola a essere pericolosa. A volte era il silenzio. A volte solo un respiro troppo vicino.
Un minuto sarebbe bastato.
Un minuto per distruggere tutto quello che c’era, o che forse non c’era ancora.
Questo unico minuto.
Pensai all’improvviso a una lettera.
Anonima. Senza nome. Senza firma. Solo un pezzo di verità sulla carta che non rimandasse a me. Scrivergli tutto ciò che io stesso capivo a malapena, i desideri più oscuri, quella nostalgia calda e inquieta che non si lasciava calmare né dal pane né dal lavoro. Scrivergli ciò che il mio sguardo sapeva da tempo, quanto vedevo la sua forza. Quanto vedevo i suoi piedi, sicuri, pesanti, come se il terreno appartenesse a lui.
Il piano non era chiaro. Ma dovevo liberarmi di quella pressione. Lasciarla uscire. In qualche modo. Metterla per iscritto. Farglielo sapere senza tradirmi. Fargli capire che qualcuno lo vedeva. Che qualcuno lo adorava.
Lui non lo sapeva.
O sì?
Il pensiero mi rendeva nervoso. E quello dopo, peggiore, mi rendeva ancora più nervoso, che forse lo sapesse e proprio per questo fosse rimasto in silenzio.
I miei pensieri giravano. Veloci. Incontrollati. E sempre tornava l’immagine della sua mano, calma, grande, che decide semplicemente cosa faccio. Mi immaginavo che schioccasse le dita e io sarei stato subito pronto a fare tutto ciò che voleva. Essere il suo servo. No, persino il suo schiavo. Volontariamente. Lo schiavo di un padrone che adoravo. Un agnello davanti a un dio.
«Enzo», sussurrai nel buio, come se potessi fermarmi così. «Sei pazzo.»
È solo un uomo, mi mentii.
Ma era molto più di un uomo.
Era il senso della mia vita, pensai, e mi spaventai di me stesso. La ragione per cui ero qui. La ragione per cui l’aria si sentiva diversa da quando conosceva il mio nome.
E sapere che si trovava a pochi metri, dall’altra parte della strada, dietro un muro, in un letto, rendeva tutto peggiore.
Forse era già disteso. Forse nudo. Forse la sua biancheria era su una sedia, come un involucro che non serve più.
A un solo minuto di distanza.
Fissai il soffitto. Sopra di me le vecchie travi scricchiolavano. La notte era calda, ma sotto la coperta avevo freddo in un punto che nessuna estate raggiunge. Mi voltai verso il muro, come se potessi nascondermi dalle mie stesse immagini.
Ma non vedevo niente se non lui.
I suoi muscoli.
Il suo sorriso.
I suoi piedi nella polvere.
La forma dei pantaloni quando stava davanti a me. E il peso sotto, nascosto, grande, come se avesse una legge propria. Immaginai come sarebbe stato se nulla lo avesse più trattenuto. Libero. Naturale. Potente. Scoperto.
Mi sentivo come una pentola a pressione. Carico di immagini e pensieri che sibilavano e spingevano, come se volessero farmi esplodere dall’interno. Cercai di calmarmi. Respirare a fondo. Pensare ad altro.
Ma non potevo.
Più cercavo di oppormi, peggiori diventavano le immagini. Lo vedevo di nuovo, come quel pomeriggio, sul ramo sopra di me, mentre mi invitava a sedermi accanto a lui. E io non mi sedevo accanto. Mi sedevo sotto. Ai suoi piedi. Li baciavo, toglievo la polvere, come se fosse il mio compito. Come si addice a un servo. Respiravo il suo odore mentre si spogliava.
E poi feci ciò che fa un giovane uomo quando è sovraccarico. Quando il corpo grida qualcosa e deve viverlo, non perché sia bello, ma perché altrimenti fa male.
Presi il cassetto accanto al letto, tastai alla luce della candela, e le mie dita trovarono un vecchio calzino, scolorito, di mio nonno. Un tessuto che aveva visto così tanto quotidiano da non significare quasi più nulla.
Lo tenni stretto per un momento.
Poi chiusi gli occhi.
E mi toccai.
Lentamente, come se dovessi prima convincermi a permettermi di fare ciò per cui avrei voluto chiedere il permesso. Come un rimedio d’emergenza che concedo a me stesso. Misi la mia mano in bocca e immaginai fosse la sua, non come una scena, ma come pressione, calore, vicinanza che mi mette ordine. Immaginai di essere sotto, piccolo, dove il suo sogno mi aveva visto.
Immaginai di pregare davanti a lui.
E che il mio dio fosse fatto di carne e calore. Diventato uomo. E che potessi servirlo, naturalmente, senza domanda.
«Giorgio», sussurrai.
«Giorgio.»
Un minuto.
Non mi serviva di più.
Solo un minuto per sollevare il coperchio dalla pentola e lasciare uscire il vapore accumulato.
Quando finì, non fu una vittoria. Piuttosto una resa. Un tremito che mi attraversò, e poi silenzio. Rimasi immobile, come se la notte potesse sentirmi.
Poi restai lì.
Vuoto.
Più vuoto di prima, e allo stesso tempo ancora solo. Ancora esattamente dove ero stato prima. In un letto, da solo, nella casa dei miei nonni, mentre l’uomo che desideravo dormiva dall’altra parte della strada.
Ma ero più calmo.
Il fuoco sotto la pentola bruciava ancora. L’acqua bolliva ancora da qualche parte dentro di me.
Solo non più così selvaggiamente.
Sentivo il mio respiro. Più lento. Finalmente. Sentivo la casa che scricchiolava, non minacciosa, piuttosto come un vecchio animale che si muove nel sonno.
E a un certo punto, senza che me ne accorgessi, il sonno mi trovò.
Come un mantello che viene posato sulle spalle quando si smette di opporsi.
Nel lasciarmi andare, Giorgio era ancora lì. Non come immagine. Non come pressione. Ma come un’ombra che porta quiete. Come una vicinanza che non afferra, ma sostiene.
E per un momento, solo per quel momento, fu come se la casa espirasse.
Come se mi lasciasse andare.

