EPISODIO 14 – COME UN DIO
- Enzo

- 17 ore fa
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Due uomini vistosi. Le loro voci erano sparite. La loro Fiat grigia era sparita. Ma le loro parole erano rimaste.
«Dopodomani.»
Nemmeno una frase intera, eppure mi girava in testa come una ruota che non si può fermare. Dopodomani. Due albe. Due notti, due volte andare a dormire, due volte svegliarsi – e poi sarebbe accaduto qualcosa che Giorgio aveva detto, e che l’uomo con la sigaretta mi aveva premuto ancora una volta nell’orecchio, come fosse un timbro. Qualcosa che i due uomini in giacca pretendevano da lui, senza nominarlo.
Guardai la porta di fronte. Era chiusa.
Chiusa come se mi avesse escluso. Non in fretta, non in fuga. Piuttosto con quella calma che pesa come un coperchio. Come se avesse chiuso la scena come un libro che non si deve lasciare aperto, perché qualcuno potrebbe leggere.
Poco prima solo quel cenno del capo. Tutto lì. Un segno minuscolo, quieto: Ti ho visto.
O forse soltanto: Guarda altrove.
E io… io avevo visto.
Troppo.
O troppo poco.
Fuori l’aria era già calda, benché fosse ancora mattina. La Sicilia non è paziente. Si scalda in fretta, si illumina in fretta, tutto diventa troppo presto evidente.
Mi staccai dalla finestra, mi vestii e andai in cucina, come se camminare potesse aiutare. Come se il movimento potesse mettere ordine nei pensieri. Il pavimento di pietra sotto i miei piedi era piacevolmente fresco. La casa dei miei nonni respirava nel suo ritmo, scricchiolava piano, come a ricordarmi: Sei solo, ragazzo. Sta’ attento.
Sul tavolo c’era la brocca di terracotta che avevo riempito la sera prima. Mi versai un bicchiere e bevvi. L’acqua non era più fresca. Era tiepida, quasi calda, e sapeva di argilla, di terra, del recipiente stesso che la teneva.
Bevvi comunque, come se potessi sciacquare via la pressione nel petto.
Ma invece della calma tornò lui.
Giorgio.
Non come un pensiero che bussa educatamente, ma come un’immagine già presente. Grande. Pesante. Inamovibile. Lo rividi inginocchiato alla fonte, mentre raccoglieva l’acqua con le mani e beveva come se la sete fosse qualcosa che non si discute. Vidi il suo petto lucido alla luce. Vidi l’acqua scorrergli su collo e spalle, come se volesse lavare via il calore.
E poi – peggio, molto peggio – lo rividi presso l’albero, a gambe larghe, naturale, come se il suo corpo fosse parte di un ciclo di cui non si parla e che tuttavia decide tutto. E la mia mente fece ciò che fa sempre quando non ha scampo: ne fece qualcosa di proibito. Di sporco. Qualcosa che non dovrebbe entrare in parole.
Sentii in me un calore che non aveva nulla a che vedere con il sole. Era inevitabile.
Era come se Giorgio fosse una pioggia d’estate: non la si può trattenere, eppure rende tutto in me umido, morbido, ricettivo. Cade semplicemente, e io non posso impedirlo. E dopo non sono più lo stesso.
Posai il bicchiere.
Ripensai agli uomini. Potevo ancora vederli, come se fossero in cucina.
Sapevo che tipo di uomini erano. Non “affaristi”. Non “visitatori”. Non semplici forestieri. Non serviva nemmeno essere cresciuti in Sicilia per capirlo.
Gli abiti parlavano chiaro. Non perché la stoffa sia pericolosa in sé, ma perché esiste un’eleganza che non vuole essere bella, bensì superiore. Non chiede, decide. E quella eleganza il magro la portava come fosse pelle. L’altro – il largo con la sigaretta – era l’opposto: non liscio, non fine, e proprio per questo più minaccioso. Un corpo che non deve spiegare nulla, perché in caso spiega cos’è il dolore. E una Fiat in un villaggio come il nostro non è solo un’auto. È un annuncio.
Mi dissi: Non puoi essere uno di loro.
Me lo dissi severo, come una preghiera.
Non sono così. Non voglio essere così.
Ma in Sicilia si può diventare “uno di loro” più in fretta di un battito di ciglia. Non occorre appartenere. Basta essere d’intralcio. O possedere qualcosa che qualcuno di loro vuole. O trovarsi alla finestra sbagliata nel momento sbagliato.
Ero tornato per raccogliere olive, salvare campi, arieggiare una casa che profumava ancora di Nonna Angela. Non per essere trascinato in cose che avvengono nel buio. Avevo diciannove anni. Ero stanco della rumorosa New York, da cui ero fuggito appena ne avevo avuto l’occasione. Volevo soltanto pace.
Eppure… non aveva usato proprio quella parola?
Pace.
«Qui sopra non vendi mai solo frutta», aveva detto. «Vendi anche un po’… pace.»
Non avevo capito. Avevo annuito, perché non volevo interromperlo, perché la sua mano sulla mia gamba rendeva tutto in me più rumoroso del senso delle sue parole.
Ora, alla luce di questa mattina, capivo fin troppo bene.
Forse era questo.
Forse quegli uomini erano quelli che vendevano “pace”.
E forse Giorgio… era uno di loro. O almeno così vicino da sapere esattamente cosa succede quando la pace manca.
Strinsi le dita al bordo del tavolo.
Se davvero… se davvero fosse così – che cosa sarei io per lui?
Un ragazzo che aveva chiamato “ragazzo”. Che aveva portato nei campi. A cui aveva dato mele. Che nel suo sogno aveva visto in ginocchio. Non come io volevo intendere.
Rividi il suo volto quando aveva guardato verso di me, quando avevo salutato dalla finestra.
Liscio.
Nessun sorriso.
Nessun “Enzo”.
Solo pietra.
Come se per un istante mi avesse cancellato dalla sua vita per proteggere qualcosa di più grande – se stesso, gli uomini, la verità, un piano, tutto insieme. O come se mi avesse ordinato senza parole: Non vedere. Non sapere.
Che cosa accadrà tra due giorni?
E subito una voce più scura rispose: Forse deve sistemare qualcosa.
Non “un appuntamento”. Non “un accordo”. Qualcosa che non si pronuncia.
Pensai alla frase sul ramo: «Se non vendi, paghi lo stesso. Solo in un altro modo.»
Improvvisamente non era più un enigma. Era una minaccia con una data.
Dopodomani.
E tuttavia, mentre immaginavo uomini, scadenze, minacce, forse violenza, in me rimaneva un’altra frase, morbida come una preghiera e pericolosa come un peccato:
E nonostante tutto… mi inginocchierei davanti a lui.
Qualunque cosa mi aspetti. Qualunque cosa accada. Sentivo questa verità assurda: rischierei. Non per coraggio. Perché non riesco a sfuggirgli. La mente gridava no, ma il corpo annuiva.
L’amore, come lo si chiama per renderlo innocuo, è un cattivo giudice. Dice: Non guardare troppo da vicino. Dice: Avrà le sue ragioni. Dice: Se è oscuro, sarò io la notte che non lo tradisce.
Lo odiavo, quanto ero disposto ad accettare ciò che in qualsiasi altro uomo avrei letto come avvertimento.
Mi attirò di nuovo la finestra.
Non perché volessi. Perché non potevo farne a meno.
Scostai la tenda di un dito. Il respiro si fermò.
Dall’altra parte della strada era seduto. Il sole non era ancora alto, ma già lo toccava. Si posava sulle sue spalle, rendeva la sua pelle dorata, e all’improvviso non era soltanto un uomo seduto su una sedia.
Era… qualcosa che sembrava il motivo per cui le cose esistono.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo.
Giorgio non era semplicemente bello.
Era l’anima della creazione in carne e ossa.
Come un dio, pensai.
Non perché fossi religioso. Non perché credessi fosse santo.
Ma perché il mio corpo, in sua presenza, si comportava come se avesse finalmente trovato qualcosa a cui è permesso obbedire.
Mi girava leggermente la testa.
Si mosse appena, si passò una mano sulla barba, e dentro di me fu come se persino le ombre annuissero.
Qualunque cosa accadesse tra due giorni – denaro, minaccia, violenza, un conto da pagare o da esigere – il mio corpo diceva solo:
Non importa.
Se Giorgio era uno di “loro” – allora lo era.
Se faceva per loro il lavoro sporco – allora era terribile.
E tuttavia, nel respiro successivo, sarei stato di nuovo quello in ginocchio davanti a lui.
Odiavo questa verità.
E non potevo cambiarla.
Lasciai ricadere la tenda.
Dovevo fare qualcosa.
Un pensiero dalla notte tornò.
Una lettera.
Anonima. Senza nome.
Non per chiedere. Solo per depositare ciò che bruciava in me, prima che mi divorasse.
Non avevo nessuno a Sant’Alfio.
La carta doveva essere il mio testimone.
Aprii il cassetto dello scrittoio. Trovai un foglio vuoto, color osso. Una matita corta.
La presi.
Fuori Giorgio era ancora lì.
Come si scrive a un uomo che è più di un uomo?
Una tentazione di carne. Una luce che non impallidisce nel giorno. La stella del mattino.
Mi tornò in mente una parola letta a New York: “stella del mattino”. Un nome che può appartenere a Lucifero e a Gesù. Tentazione e salvezza.
Così lo sentivo.
Peccato e redenzione nella stessa figura.
Abbassai lo sguardo sul foglio.
Non era testo.
Era confessione.
Ogni parola in me arrivava con il capo chino.
Fuori lui mosse appena le dita dei piedi al sole, e il mio corpo rispose prima della mente. Morbido. Pronto.
Volevo servirlo.
Il respiro si fece corto.
La matita tremò sopra il foglio.
Chiusi un istante gli occhi.
Quando li riaprii, il foglio era ancora lì.
Vuoto.
In attesa.
Inspirai a fondo.
Non sapevo se gli avrei mai dato quella lettera. Forse l’avrei bruciata. Forse nascosta. Forse sarei stato vigliacco.
Ma dovevo scriverla.
Da quando Giorgio conosceva il mio nome, qualcosa in me non poteva più tornare indietro. Come se mi avesse spostato con un solo sguardo fuori dalla mia vita precedente, dentro una nuova in cui non potevo più fingere di non avere fame.
Fuori sedeva come un dio.
Dentro sedevo io, incapace di fuggire.
La mia mano si sollevò di nuovo.
E sapevo che avrei versato il mio cuore su quel foglio.
Per lui.


