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EPISODIO 7 – LUI NON SAPEVA

  • Immagine del redattore: Enzo
    Enzo
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

SONG


RACCONTO


Giorgio troncò la mia speranza che desiderasse la stessa cosa che desideravo io voltandosi all’improvviso e saltando giù dal ramo sul quale eravamo seduti.


Atterrò leggero, quasi senza rumore, sull’erba secca. Un velo di polvere si sollevò. Con esso, la mia delusione.


Alzò lo sguardo verso di me. Nei suoi occhi c’era qualcosa di chiuso, quasi di inquieto, come se avessi toccato un limite senza sapere dove passasse. Mi ero tradito? Lo avevo frainteso? Non riuscivo a capirlo.


«Vieni», disse infine. La sua voce era calma. «Il lavoro non aspetta. Raccogliamo le olive. Sono mature.»


Si avviò, e io lo seguii verso una parte del terreno che non conoscevo ancora. Dietro un basso muretto di pietra, quasi nascosta, c’era una piccola costruzione, tozza, fatta di pietre grezze. Senza finestre. Chiusa.


Giorgio andò verso un mucchio di sassi e, con un gesto naturale, sollevò una pietra sotto la quale era nascosta una chiave di ferro. Mi stupii della fiducia che già mi concedeva.


Si avvicinò alla porta. La serratura semplice era vecchia, scurita dall’uso. Il metallo graffiò piano quando girò la chiave e fece scorrere il chiavistello.


Il legno scricchiolò quando aprì.


Dentro si sentiva odore di polvere, di lino e di lavoro antico. Strutture di legno grezzo correvano lungo le pareti. Le reti erano piegate con ordine, le pertiche appoggiate al muro, i cesti impilati con cura. Attrezzi. Tutto a portata di mano. Poco, ma ogni cosa al suo posto. Un luogo per le cose. Per ciò che serviva a coltivare la terra e a metterle al sicuro.


Non c’era disordine. Questo mi colpì e mi piacque in un modo che non sapevo spiegare. La sua proprietà aveva valore per lui, e la trattava di conseguenza. Anche il pavimento era sorprendentemente pulito, chiaramente spazzato con una scopa fatta in casa, che stava anch’essa appoggiata con ordine al suo posto.


«Wow», dissi piano, quasi senza pensarci. «Da te è tutto così ordinato e pulito.»


Mi guardò, sollevò appena un sopracciglio e sorrise, come se avessi detto qualcosa di così ovvio da non richiedere spiegazioni.


Poi afferrò le reti. Annodate grossolanamente, pesanti, fatte a mano.

«Sono vecchie», disse di sfuggita «Le usava già mio padre.»


Presi un’estremità e lo aiutai a trasportarle. Le reti pesavano nelle mie mani, come se ogni maglia custodisse una memoria. Polvere di anni, sole di estati, sudore di uomini che non raccontavano nulla e facevano tutto.


Fuori le stendemmo sotto gli alberi, con cura e poche parole. Lavoravamo in un ritmo che non ammetteva discussioni. Tirare le reti, lisciarle, fissare gli angoli.


Prese la lunga pertica e si mise al tronco. Gambe larghe. Sicuro. Un uomo che sapeva come fare le cose nel modo giusto.


Scosse i rami. Non in modo grossolano. Non in fretta. Mi stupiva come riuscisse a far tremare i rami più grossi con una facilità solo apparente. Forza senza fretta. Controllo senza spettacolo. Le olive cadevano a scatti fitti, cupi nel lino, una pioggia scura dal suono pesante.


«Per favore, vai a prendere qualche cesto mentre continuo a farle cadere», disse senza fermarsi.


Mi piacevano le sue istruzioni chiare. Non lasciavano spazio al dubbio. Erano come una mano sulla nuca, non dura, ma inequivocabile.


Quasi corsi fino alla casupola, presi dei cesti e, stranamente, già mi mancava. Appena fu fuori dalla vista, volevo tornare. Volevo vederlo, stargli vicino.


Quando tornai, lo vidi a braccia alzate, mentre scuoteva già l’ultimo ramo dell’albero, e quello si piegava alla sua volontà. La rete era piena di olive. Andava molto più in fretta di quanto fosse riuscito a me.


«Così», disse infine, abbassando l’asta, «e adesso tutto nei cesti.»


Stringemmo le reti e versammo le olive nei cesti. Il caldo gravava su di noi come un peso, eppure non era soltanto il sole a farmi bruciare dentro.


«Lavori sempre da solo?» chiesi a un certo punto, così di sfuggita da sembrare quasi innocuo.


«Per lo più… no, in realtà sempre, da quando mio padre è troppo vecchio per farlo», disse.


Tirai insieme la rete, la sollevai, finché l’ultima oliva rotolò nel cesto. Avevo le mani impolverate, la gola secca, eppure non era la sete a tenermi teso dentro.


Portammo la rete sotto l’albero successivo. Lui scosse il ramo seguente.


Aspettai. Poi chiesi ancora. Con cautela. Tastando il terreno.

«Sei sempre solo?»


Continuò a scuotere senza guardarmi. «Che intendi?»


«Intendo…ehm» Suonava un po’ troppo acuta. Lo odiavo. «Non hai una fidanzata?»


Si fermò un attimo. La pertica riposò contro il tronco, come se dovesse ascoltare anche lei.

«No», disse infine. «A quanto pare non ho ancora incontrato quella giusta.»


Qualcosa in me si accese, poco, pericolosamente, come una scintilla nell’erba secca. E mi spinse avanti, anche se sapevo che avrei dovuto tacere.


«Quindi… nemmeno per un po’ di… divertimento?»


Mi guardò. Solo per un istante. Il suo sguardo era calmo, ma chiuso, come una porta che non andrebbe aperta.


«No», disse. «Non sono così.»

Una breve pausa.

«E non voglio che la gente parli.»


Si voltò di nuovo verso l’albero, come se la questione fosse chiusa. Come se la conversazione fosse una rete da piegare e riporre prima che prenda polvere.


«Mio fratello è diverso.»


«Tuo fratello?» chiesi, e nella mia mente vidi una copia di Giorgio.


Rise piano. Secco. «Salvatore. Lui prende ciò che gli passa davanti.»

Scosse il ramo più forte del necessario. «Non voglio nemmeno sapere quanti bambini del villaggio siano probabilmente suoi. Ha la sua reputazione.»


«Un Casanova?» chiesi.


Giorgio sbuffò. «Accanto a lui, Casanova sarebbe solo un apprendista.»

Poi, quasi stanco: «E tutto quel caos con quelle donne… non so quante speranze abbia distrutto. Avrà avuto metà villaggio nel suo letto.»


Lo guardai. Giorgio. Un uomo che ogni donna doveva desiderare. Con la stessa evidenza con cui lo desideravo io, e altrettanto irraggiungibile per loro.


Continuammo a lavorare. Albero dopo albero. Rete dopo rete. Cesto dopo cesto. Le ore rallentavano ancora, come se il tempo si fermasse nel caldo e solo noi continuassimo a muoverci al suo interno. E con ogni albero, il mio bisogno della sua verità diventava più pressante.


«E nessuna nel villaggio ti è mai andata bene?» chiesi.

Troppo diretto. Me ne accorsi subito.


Non rispose. Raccolse la rete. Versò le olive.


Poi disse, senza guardarmi: «La gente parla troppo. Tutti sanno tutto. Io vivo bene da solo.»

Un respiro.

«Ho la mia pace. E, a dirla tutta, lavoro troppo per cercare qualcuno e guadagno troppo poco per mantenerla.»


Inghiottii a vuoto. E tuttavia non lasciai andare, come se qualcosa dentro di me avesse deciso che avrebbe preferito bruciare piuttosto che restare in silenzio.


«E se incontrassi una persona», chiesi piano, «che fosse diversa?»


La mascella gli si tese. «Diversa da cosa?»


«Da ciò che ci si aspetta.»


Un momento. Solo il suono sordo delle ultime olive che cadevano nella rete.


Poi disse, calmo, definitivo: «Io non ho aspettative. Ma loro probabilmente sì. Sono un povero contadino, ragazzo.»

Sollevò il cesto. «Vieni. Ancora queste olive, poi abbiamo finito.»


Non era un invito a continuare a chiedere. Era una fine.


Eppure, a ogni suo movimento, mi trascinava più a fondo. La sua schiena, le sue braccia, il modo in cui respirava, come se anche l’aria gli appartenesse e lui non appartenesse a nessuno. Vidi le sue grandi mani, impolverate, forti, sicure, e seppi che non potevo dirgli ciò che bruciava in me. Che non potevo rischiarlo. Non qui. Non nel 1926.


Non lo sapeva. Non sapeva ciò che bruciava in me.

Non sapeva come il suo tocco, anche quello casuale, anche quello nato solo dal lavoro, potesse liberarmi proprio perché allo stesso tempo mi legava. Non sapeva che per me era cielo e inferno. Che lo desideravo come l’acqua, e che ogni pensiero di lui mi bruciava.


E all’improvviso pensai ad Abraxas. Avevo letto quel nome una volta, in un libro che non avevo mai compreso del tutto: un essere, vi si diceva, che portava in sé luce e oscurità insieme, giorno e notte, cielo e inferno uniti in un’unica forma. Allora mi era sembrata un’idea troppo contraddittoria, troppo pericolosa.


E ora il segreto di Abraxas stava davanti a me.


Giorgio era esattamente questo, per me. Un fuoco ardente in cielo e acqua fresca nell’inferno in fiamme. Qualcosa che mi sosteneva e mi metteva alla prova, mi salvava e mi condannava, senza volerlo. Forse Abraxas aveva ragione. Forse non esiste il giorno senza la notte.


Perché in lui c’era tutto ciò che speravo e tutto ciò che mi era negato. Era la luce che mi permetteva di vedere. E l’ombra nella quale non riuscivo a respirare.


Forse l’amore è proprio questo. Non purezza, ma totalità.


Portammo i cesti pieni nel capanno, piegammo le reti, sistemammo tutto. Lui sudava. Il sole era basso, la luce più morbida, eppure il giorno era ancora troppo chiaro e l’aria troppo calda.


Ero così preso dai miei pensieri che a malapena sentivo il caldo. Volevo sapere troppo. E non sapevo come avvicinarmi ancora senza distruggere tutto.


«Il sole mi sta uccidendo», disse infine. «Mi sdraio un attimo.»


Si lasciò scivolare sotto un ulivo, all’ombra, e chiuse gli occhi, come se potesse semplicemente spegnere il mondo, a differenza di me.


Mi sedetti vicino a lui e tremavo dentro. La mia paura era grande. Più grande della fiducia che il mio cuore gli aveva già donato.


Si alzò una lieve brezza della sera. Sopra di noi i rami oscillavano, e la luce del giorno pendeva già bassa tra le foglie. Le ombre si allungavano. Il mondo diventava più silenzioso.


E ancora non sapeva che cosa fosse per me. E io ancora non sapevo se avrei mai potuto essere, per lui, colui che tanto profondamente desideravo essere.

 
 

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